Proseguiamo il viaggio all’interno di Leroy Merlin Italia per conoscere ciò che si sta facendo a riguardo dell’integrazione dei Global Goals, gli Obiettivi di sviluppo sostenibile lanciati dalle Nazioni Unite.

Nella prima tappa abbiamo parlato del Global Goal numero 13, sui cambiamenti climatici. Oggi affrontiamo un altro degli SDGs che interessano più da vicino l’attività dell’azienda, cioè il Global Goal numero 15, da leggere in particolare nella prospettiva di come il rapporto e la selezione dei fornitori può impattare sull’uso sostenibile dell’ecosistema terrestre. Lo facciamo con Alberto Cancemi, Direttore Acquisti di Leroy Merlin Italia.

A che livello si gioca la sfida dei Global Goals?
Il livello è duplice. Coinvolge in primo luogo la business unit italiana e in questo senso è una sfida iniziata già da anni, ad esempio con l’audit che realizziamo sui fornitori su temi di sostenibilità. Quest’anno abbiamo anche lanciato la campagna di auto-valutazione dei fornitori. E siamo impegnati specificamente sulle certificazioni ambientali relative al legno e ad altri materiali che gestiamo. Secondariamente c’è un coinvolgimento a livello di Gruppo Adeo: qui l’idea è organizzare tutte le business unit per avere su questi argomenti lo stesso livello d’intensità della business unit italiana, che è all’avanguardia.

Quali requisiti sociali e ambientali chiedete ai vostri fornitori di soddisfare?
Siamo intransigenti sul tema dei diritti umani. Sull’ambiente accettiamo un po’ più di flessibilità, chiediamo ai fornitori informazioni sulle loro politiche. Ci poniamo in un’ottica non di controllo ma di trasparenza della catena di fornitura: mettiamo sempre più pressione sui fornitori ma cerchiamo anche di individuare le situazioni di best practice, che esistono e che a volte neppure noi conosciamo.

Come rispondono di solito i fornitori a queste richieste?
Anche se crescono le aziende, e le persone, che dimostrano attenzione alla sostenibilità, le nostre richieste sono vissute dai più come un fastidio, un onere aggiuntivo. I problemi maggiori si incontrano di solito coi fornitori più grandi, che dispongono magari di codici etici o di condotta che però non desiderano pubblicizzare: noi non chiediamo che sottoscrivano il nostro codice, ma che, se ne hanno uno, il loro corrisponda ai nostri canoni. Entrare in possesso di questi documenti però non è facile, ci sono molte resistenze. A creare più problemi spesso è la nostra richiesta di poter effettuare audit, sebbene su preavviso, presso fornitori e sub-fornitori ad esempio in materia di rispetto dei diritti umani. Che poi non è nulla di più di quanto chiedono ad esempio le convenzioni dell’Organizzazione internazionale del Lavoro o le Linee guida dell’Ocse. Il lavoro è più facile, invece, coi fornitori con cui abbiamo di fatto un rapporto di partnership, cresciuti insieme a noi.

Leroy Merlin ha lanciato di recente l’idea di organizzare un tavolo di lavoro con le insegne della GDO per definire un accordo d’intenti per l’acquisto responsabile del legno. Come sta andando?
Abbiamo avuto manifestazioni d’interesse a partecipare, di realtà anche importanti, ma devono ancora concretizzarsi. Comunque andremo avanti: definiremo la carta d’intenti, il processo, le modalità di controllo partecipato, insieme ad esempio ad associazioni di consumatori. Ad aprile ci sarà la formazione dei nostri auditor interni. E poi testeremo il tutto su noi stessi, per condividerlo in futuro con chi fosse interessato. Entro fine estate contiamo di aver sviluppato tutto il progetto. Che per noi è particolarmente importante, dato che il legno è la nostra materia prima principale, riguardando il 20% delle referenze.

Quanto credete che sia diffusa oggi la conoscenza dei Global Goals e della loro importanza per costruire un modello di sviluppo sostenibile?
Probabilmente è ancora scarsa, fra i fornitori, fa i clienti e al nostro stesso interno. Occorre lavorare per avvicinare i Goals alla realtà con cui ci si confronta ogni giorno, a tutti i livelli. Altrimenti rischiano di restare enunciazioni di altissimo livello ma difficili da tradurre nell’operare quotidiano. Perché percepite come distanti dalla propria quotidianità.

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