Editoriale di Luigino Bruni, economista, accademico, saggista e giornalista


Il lavoro e l’economia sono una parte essenziale della vita. Non è dunque sostenibile una felicità pubblica e privata che non contempli e non prenda molto sul serio il benessere nei luoghi del lavoro che sono i luoghi della vita. Non dura molto un benessere cercato e vissuto nei luoghi extra-economici e extra-lavorativi circondato da un malessere mentre si lavora. Qualsiasi umanesimo che punti sullo star-bene delle persone deve porre al suo centro la qualità della vita che le persone riescono a sperimentare nel loro lavoro. Ma parlare di benessere lavorativo significa entrare direttamente nel merito delle relazioni interpersonali e dei luoghi di lavoro. Perché se è vero che ogni dimensione del benessere è una faccenda relazionale (inclusa la salute, che sembra il dominio più individuale), è eminentemente vero che il bene del lavoro è un bene relazionale. Possiamo investire nel nostro capitale umano, avere la chance di scegliere il lavoro che sentiamo conforme alla nostra vocazione, ma se siamo immersi in relazioni tossiche con i colleghi, con il management, con clienti e fornitori, la vita lavorativa non fiorisce, e con essa sfiorisce la vita intera.

L’impresa, lo sappiamo, è sempre stata una creatrice di valori molto più ampi del solo valore economico. Lo è sempre stata, ma oggi lo è di più, perché le imprese stanno diventando le principali agenzie di creazione di valori nel nostro tempo. La cultura del business è, ogni giorno di più, la cultura della società. Le sue tecniche e i suoi linguaggio stanno occupando la politica, la scuola, la sanità, le organizzazioni di volontariato, la famiglia, ed è giunto il momento che la business community prenda coscienza di questo suo nuovo ruolo e responsabilità.

Lavorare e produrre aumenta la biodiversità civile della terra, arricchisce la società di beni e servizi che non ci sarebbero senza quella tipica azione collettiva. Crea beni e capitali sociali e relazionali, e soprattutto aumenta il capitale narrativo delle comunità e delle persone. “Volevo raccontare una storia, non sapevo scrivere, ho fatto un’impresa”, mi confidava tempo fa un imprenditore. I beni economici raccontano storie più grandi dell’economia, e lo fanno con il solo loro esserci. Incarnano storie di persone e di istituzioni, e quando una impresa non ha più storie da raccontare con i suoi prodotti, è già iniziato il suo declino.

Se ciò è vero, allora l’impresa non è mai neutrale in rapporto ai valori del suo territorio e della terra in generale: o crea valori e li distrugge. Oggi non è più sufficiente – come nel Novecento – chiedere all’impresa di produrre valore economico, pagare le tasse e non inquinare. Occorre chiedere molto di più, perché in un contesto globalizzato nel quale gli stati e la loro politica sono sempre più deboli e frammentati, se l’impresa non si assume le sue responsabilità globali, finiremo presto per sentirci cittadini soltanto nei pochi momenti elettorali, e sudditi in tutti gli altri giorni. Maggiore potere significa maggiore responsabilità.

La responsabilità sociale 2.0 dell’impresa deve partire da una presa di coscienza del grande peso che essa ha nell’eco-nomia del terzo millennio. Sapere che vende messaggi e valori, non solo merci. Lo ha sempre fatto, ma oggi lo fa molto di più e in modi sempre nuovi. Al tempo stesso, mentre prende coscienza di questo potere pervasivo, deve vincere la tentazione di diventare l’unico luogo creatore di senso per lavoratori e cittadini. Deve chiedere molto ma non deve chiedere tutto. Deve imparare che se chiede tutto non ottiene neanche il molto. Soprattutto ai giovani, che diventano buoni lavoratori nella misura in cui l’impresa lascia loro tempi e spazi per coltivare la loro umanità al di fuori degli ambiti aziendali. Perché l’impresa per essere sostenibile ha bisogno di lavoratori sostenibili e quindi di persone che vivono una vita sostenibile, dentro e fuori gli uffici e le fabbriche. I soffitti dei luoghi di lavoro sono troppo bassi per consentire alle persone di respirare, se diventano i soli soffitti dell’esistenza. La prima saggezza di ogni imprese consisterebbe nel riconoscere di non avere il controllo totale sulla vita e sull’anima dei loro membri, e non volerla, intenzionalmente, avere. Quando questa consapevolezza manca le imprese non si fermano sulla soglia del mistero del lavoratore-persona e fanno di tutto per colmare lo ‘scarto’, finendo così per perdere la parte migliore dei loro lavoratori. Nelle civiltà passate, le buone istituzioni sono state mendicanti di virtù. I monasteri, i governi, persino gli eserciti avevano un bisogno essenziale delle virtù più alte delle persone, ma sapevano che queste non potevano essere ottenute con il comando o con la forza: potevano solo accoglierle come dono libero dell’anima degli uomini e delle donne.

La cultura dominante nel business ha totalmente dimenticato questa antica saggia consapevolezza, e le grande imprese sempre più convinte di aver finalmente inventato strumenti e tecniche per ottenere dai loro lavoratori tutte le virtù di cui necessitano – tutta la mente, tutte le forze, tutto il cuore – senza bisogno né della forza morale né, tantomeno, del dono. E così finiscono per ritrovarsi con pseudo-virtù, e per erodere i capitali morali delle persone.

Raggiungere questa consapevolezza, e agire di conseguenza, è la pre-condizione per ogni creazione di valore e di valori, dentro e fuori l’impresa.

Una risposta a "Il valore e i valori dell’impresa. Istruzioni per l’uso."

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