Editoriale di Giovanni (Johnny) Dotti, imprenditore sociale


Accoglienza

Accoglienza è parola profonda che è andata perdendo negli ultimi tempi il suo pieno significato. Ridotta a pura funzione strumentale, non sa indicare più un senso ed una direzione.
Il verbo che fonda la parola accoglienza è il verbo “legere” che sta ad indicare l’azione di cogliere e raccogliere. Da questo verbo latino deriva il verbo italiano leggere, ma anche eleggere e scegliere.
L’accoglienza è dunque un atteggiamento umano profondo ed un azione che segna il nostro essere, non lo lascia indifferente. Qualifica la relazione con la realtà, con noi stessi, gli altri, il mondo.
Non solo dota di senso questa relazione ( accolgo perché quella persona e quella relazione mi riguardano) ma con questo riconoscimento contribuisce a dar vita alla novità che abita la realtà attraverso l’incontro.
Prendono spazio accanto all’accoglienza altre parole sorelle: ricezione, accettazione, approvazione, ospitalità. L’accoglienza è il principio di ogni trasformazione dell’essere.
Per accogliere è necessario “esserci”, fermarsi, sostare, ascoltare, “perdere tempo”.
Non si può accogliere se ci sente conclusi in sé stessi. Questo vale anche nell’accoglienza piena e feconda di tutto noi stessi, del mistero che siamo a noi stessi.
L’altro non è solo una soggettività esteriore che ci interroga , che possiamo più o meno rifiutare, è l’altro di noi stessi che portiamo nel nostro intimo, che non ci fa essere ciò che pensiamo di essere, che scardina interiormente le nostre certezze, il mistero della nostra anima. Ma l’atro che chiede di essere accolto sono anche gli “ imprevisti” della vita, i suoi traumi,i lutti, le gioie inaspettate, il mistero del cosmo.
Per raccogliere e necessario raccogliersi, e viceversa.
L’accoglienza richiede e sviluppa tolleranza. Tolleranza verso le proprie imperfezioni e quelle degli altri. La tolleranza di tempi e modi che a volte ci sono estranei. E’ per questo che l’accoglienza non rifugge il conflitto, rifugge la violenza. Non rifugge il dibattito ed ama il dialogo.
L’accoglienza si fonda sulla speranza nell’invisibile, è per questo che nelle grandi religioni l’ospite è considerato sacro, messaggero di Dio, portatore di novità. Si generano così riti e simboli dell’accoglienza, si predispongono spazi e tempi dedicati.
Non esistono solo persone singole accoglienti ma anche comunità accoglienti. O per meglio dire una comunità è tale solo se è accogliente , altrimenti è immunità, corporazione, mafia.
Una comunità sana sa che senza accoglienza si destina all’estinzione ed alla miseria, economica, culturale e spirituale.
L’accoglienza sviluppa in seno alle persone ed alle comunità la generosità e la solidarietà necessarie ad essere temprati e forti di fronte alle sfide della vita ( temperanza e fortezza sono infatti due virtù cardinali).
L’accoglienza è lo spazio-tempo che permette l’emersione della fiducia, che la risana se è stata tradita, che la rimette al mondo se è stata abbandonata.
Purtroppo spesso l’accoglienza sia nelle dimensioni micro (famiglie, aziende, organizzazioni), sia nelle dimensione macro (paesi, stati, grandi organizzazioni) è immaginata solo come una funzione strumentale o come uno stile dipendente dalla deontologia del singolo individuo. Perdiamo così uno dei grandi motori dell’innovazione nella storia umana (ma anche nella storia dello sviluppo del cosmo naturale).
Diventiamo più miseri.
Ma per fortuna le parole tradite mantengono una loro forza e cercano continuamente una terra fertile in cui continuare ad essere generative.

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