Di Carlo Andorlini, Università degli studi di Firenze


Prossimità e reciprocità

Per far succedere cose dobbiamo essere vicini e dobbiamo scambiarci
con dei patti collettivi capitali sociali, simbolici, culturali e economici

Nella miscela energizzante di cui si compone l’innovazione sociale, due ingredienti non mancano mai: l’intuizione e il ritrovamento. Certo poi ci sono spesso le tecnologie, quasi sempre i talenti e tanto altro ma l’intuizione e il ritrovamento sono imprescindibili.

Intuire la strada che cambia un paradigma, che ti mostra il problema da un altro punto di osservazione assolutamente inedito.

Ritrovare quelle modalità di relazione semplice, immediata, orizzontale che permettono l’allenamento alla fiducia tra persone e tra persone e contesti.

Ed è proprio grazie all’intuizione e al ritrovamento che oggi si riafferma con forza, in particolare nel campo dello sviluppo locale, l’esigenza e la necessità di perimetrare ciò che permette alle persone e ai sistemi organizzati di rimanere vicini per leggere insieme i bisogni sociali tentando di risolverli grazie alla costruzione di solidi legami collaborativi.

Legami collaborativi che permettono alle comunità di tendere alla resilienza, allo sviluppo di coesione sociale e giustizia o attraverso la capacità di moltiplicare le risorse (umane, economiche, sociali, culturali…) a scapito della semplice distribuzione di esse (diminuendo così tra le altre cose, assistenzialismo pubblico e privato da una parte e autoreferenzialità delle organizzazioni sociali dall’altra) o attraverso la capacità di rendere bidirezionale il processo di aiuto (da una parte attivando un’azione positiva ma dall’altra partecipando e restituendo in forme e modalità anche molto diverse fra loro attraverso un’azione anch’essa positiva).

Tutto questo grazie all’attivazione di una più possibile larga partecipazione delle persone che decidono di muoversi grazie al ritrovamento di una coscienza di luogo, ovvero di un rinnovata adesione al legame tra persone e tra capitali sociali per costruire benessere individuale e collettivo. Una coscienza di luogo che respira se esistono e coesistono due parole: la prossimità e la reciprocità.

La costruzione o ricostruzione di una coscienza di luogo infatti significa ridare valore esperenziale a prossimità e reciprocità e sostenere, in termini di processi, azioni, sguardi e posture, la loro capacitazione.

La prossimità, aggettivo che indica un duplice movimento, andare oltre con lo sguardo e condividere, e una doppia prospettiva, inclusiva e di capacitazione ed empowerment [1].

Andare oltre quindi significa alzare gli occhi e dare alla propria esistenza un orizzonte dotandoci di meccanismi di sospensione e riflessione, agendo di fatto con senso progettuale.  Alzare lo sguardo significa riuscire a vedere gli altri che possiamo incrociare proprio nel meraviglioso paradosso di essere vicini ma sentirsi accanto per quello che si vede lontano. Entra qui in campo allora l’appartenenza, cioè la comprensione che contrariamente al sentirci soli e isolati da un contesto che ci condiziona e limita  apparteniamo appunto a uno stesso orizzonte che ci permette di cominciare a dire noi. A sentire cioè che l’appartenenza può essere contemporaneamente l’elemento di unione sia degli aspetti positivi del contesto in cui viviamo sia dei suoi  aspetti critici. La mia vita crescerà in relazione alla crescita di quella degli altri che condividono il mio stesso contesto e luogo (appunto ricco di potenzialità ma anche di elementi deludenti e da ripensare). Ecco come si può comprendere la parola prossimità, oltre che nel senso di vicinanza, anche in una prospettiva inclusiva. Il nostro orizzonte dipende dalla condivisione di un orizzonte collettivo tra quei soggetti appartenenti allo stesso contesto.

Si tratta di costruire quel contesto positivo dove il concetto relazione ha valore e hanno  valore le azioni di reciprocità che lì hanno un senso.

In questo panorama è centrale quindi anche il tema della pratica di reciprocità.

La reciprocità non è questione individuale ma in realtà essa è primariamente una relazione.

E’ quel il legame sociale richiamato da Aristotele nell’Etica Nicomachea, ciò che tiene assieme la vita della polis, una reciprocità che nella sua visione si estende dalle relazioni di mercato fino all’amicizia (philía) di virtù. Anche la parola latina reciprocus etimologicamente deriva da recus (indietro) più procus (avanti): ciò che viene e che va, che parte e che torna vicendevolmente [2]. L’etica della reciprocità tra individui è il fondamento della dignità, della convivenza pacifica, della legittimità, della giustizia, del riconoscimento e del rispetto tra individui anche molto diversi fra loro. La reciprocità è la base essenziale per il moderno concetto di collettività.

Sono allora proprio prossimità e reciprocità, che insieme possono riuscire a ricostruire intrecci volontari tra persone che hanno nel luogo un pezzo di destino, di sogno, di prospettiva che se condivise diventano più immaginabili, più fattibili, più sostenibili.

Chi studia l’innovazione assicura che le cose più interessanti,  quelle davvero dirompenti, provengano dalla periferia del sistema  oppure da terre di mezzo,  dove prospettive, saperi, discipline diverse si incrociano.

Ma per incrociarsi hanno bisogno di permanenti e forti legami di prossimità e reciprocità.


[1] Il welfare di prossimità Partecipazione attiva, inclusione sociale e comunità Francesco Messia, Chiara Venturelli (a cura di) ed Erickson 2015

[2] Luigino Bruni da Forum Reciprocità e gratuità dentro il mercato – La proposta della Caritas in veritate

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