Intervista a Paolo Barsacchi, Direttore di Negozio Leroy Merlin Firenze


Le parole dell’economia civile: Reciprocità. Paolo Barsacchi, Direttore di Negozio Leroy Merlin Firenze

“Reciproco”, dice il dizionario, significa che va e viene, che fluisce e rifluisce, che sussiste in modo analogo e vicendevole tra due o anche più soggetti. Forse non è uno degli aggettivi che vengono alla mente per primi quando si pensa al lavoro e all’attività d’impresa.

Ma la reciprocità è una dimensione fondamentale nella vita di un’azienda, come spiega Paolo Barsacchi, Direttore del Negozio Leroy Merlin di Firenze.

Per un’azienda, come Leroy Merlin, impegnata nella responsabilità sociale, che cosa vuol dire coltivare la reciprocità come valore fondamentale cui improntare la propria azione?

La reciprocità presuppone un rapporto di parità fra più attori e in questo si differenzia dal dono, che rischia di rimanere un po’ fine a sé stesso. La reciprocità non è un fare per, ma un fare con. Implica un relazionarsi, fra attori diversi, in un’ottica di vantaggio comune e condiviso. Questo è il tratto che la distingue. E questo caratterizza tutte le attività “sociali” che promuoviamo in azienda.

La reciprocità sul posto di lavoro: come si vive, come si esprime? E come la si può promuovere, con iniziative e comportamenti concreti?

Tutto parte dalla semplicità. La prima cosa è mettere le persone al posto giusto, tenendo conto non solo delle esigenze aziendali ma anche delle loro attitudini, dandogli l’opportunità di esaudire i propri desideri e di lavorare con passione. Perché così, evidentemente, lavoreranno meglio, ma soprattutto saranno portati a condividere ciò che fanno ogni giorno con passione. E quindi anche a sviluppare reciprocità: con i colleghi, con l’organizzazione, con i clienti stessi. Per innescare e favorire queste dinamiche, in azienda utilizziamo ad esempio lo strumento delle missioni trasversali: esulano un po’ dalla specifica mansione di ciascuno, proprio perché nascono per combinare le competenze di persone che si occupano di cose diverse in negozio all’interno di iniziative che mirano al raggiungimento di un obiettivo comune. Per fare un esempio recente, ad aprile a Milano alla prima edizione della Giornata nazionale degli Empori Fai da Noi, hanno partecipato due consiglieri di vendita in rappresentanza del mio negozio: è stata una loro richiesta, perché provano grande soddisfazione a partecipare a gruppi, attività, iniziative sui temi dello sviluppo sostenibile. Posso dire che quando poi sono rientrati in negozio, praticamente non hanno parlato d’altro: il motivo è la passione, insieme alla percezione di aver fatto qualcosa con altri con i quali sono uniti da un intento comune. I gruppi di lavoro trasversali condividono l’avere, ad esempio i premi di produzione; il potere, perché possono decidere azioni che vengono poi realizzate in negozio; il sapere, dato che da noi la condivisione del sapere è un’assoluta priorità e le persone che partecipano a questi gruppi devono poi riferire ai componenti dei loro reparti; e il saper essere, cioè il fare le cose con passione e per obiettivi comuni.

Cosa significa, invece, la reciprocità al di fuori del perimetro aziendale, ad esempio nei confronti della collettività? Quali sono i progetti di responsabilità sociale di Leroy Merlin più significativi a questo riguardo?

I progetti e le iniziative caratterizzati dalla dimensione della reciprocità sono numerosi: dall’Associazione Bricolage del Cuore agli Orti sociali, dagli Empori Fai da Noi al Bricolage del Cuore. Sono tutte attività che mirano a costruire un tessuto di rapporti per far crescere, coinvolgendolo, il contesto del territorio in cui operiamo. In un’ottica di perennità, che vale per l’azienda, i collaboratori e il territorio. Fra tutti questi progetti, credo tuttavia che la nascita sul finire dello scorso anno dell’Associazione Bricolage del Cuore, che ha un respiro nazionale, si possa considerare emblematica. Il suo scopo è lavorare al contrasto della povertà abitativa, però collaborando e ottimizzando risorse e sforzi insieme ai soggetti che soffrono di questo fenomeno. Nella prospettiva, ancora una volta, non del fare per, ma del fare con.

Crede che la reciprocità possa essere un “virus” positivo che una volta iniettato in un grande “corpo”, come quello di un’impresa o a maggior ragione quello di una comunità in cui un’impresa è inserita, finisce inevitabilmente per contaminarlo? Cosa deve accadere, quali dinamiche si devono innescare, affinché questa contaminazione avvenga effettivamente?

Condivido l’immagine del virus positivo e aggiungo che ritengo tale virus inevitabile. Perché senza reciprocità non ci può essere equità. E se in un sistema sociale non c’è equità, non vedo come possa esservi un futuro sostenibile, in quanto le disuguaglianze portano inevitabilmente a rotture. Affinché questo virus possa produrre una contaminazione, credo che impresa e legislatore debbano avere, anche qui, un intento comune. In Inghilterra, ad esempio, nel 1800 venne emanato il Red flag Act: a sollecitarlo furono le lobby delle carrozze a cavalli, che non volevano essere soppiantate dagli autoveicoli che iniziavano a diffondersi. L’atto imponeva una serie di restrizioni alla circolazione degli autoveicoli, come la presenza di un uomo con una bandiera rossa, una “red flag” appunto, che le doveva accompagnare, costringendole ovviamente a procedere a passo d’uomo. Riuscì questo atto a contrastare l’automobile? No, evidentemente. Non era equo. Ci sono cose che non si possono frenare o limitare e l’equità è una di queste: è un bisogno umano, che nasce dalla reciprocità. Per cui sta sia alle imprese, specie a quelle più grandi come la nostra che dove sono presenti modificano il contesto sociale e cambiano la vita delle persone, sia e ancor più al legislatore, assecondare questo bisogno e in generale favorire lo sviluppo sociale. Non è qualcosa che semplicemente si può fare, è qualcosa che si deve fare.

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