Di Andrea Segrè
Fondatore di Last Minute Market, spin off accreditato dell’Università di Bologna
Professore di politica agraria internazionale e comparata all’Università di Bologna e di economia circolare all’Università di Trento


Quando vent’anni fa avviammo il progetto Last Minute Market per il recupero a fini solidali di beni invenduti a partire dalla grande distribuzione non credevo che quest’azione, così intuitiva nella sua concezione (ridurre le eccedenze di cibo alimentando i bisognosi), potesse diventare una sorta di laboratorio anticipatore di alcune grandi questioni che caratterizzano il mondo contemporaneo. Nel 1998 la crisi economica era lontana, la povertà relativamente ridotta, la pressione ambientale ancora poco sentita, lo spreco alimentare un fenomeno quasi sconosciuto. Allora volevamo capire come lo spreco alimentare potesse diventare occasione di riscatto promuovendo il dono come valore di relazionale fra chi ha un’eccedenza alimentare e chi soffre una carenza nutrizionale. Abbiamo capito che coniugare la solidarietà sociale (aiutare gli indigenti) con la sostenibilità ambientale (produrre meno rifiuti) ed economica (ridurre i costi dello smaltimento) è possibile cercando nel contempo di promuovere un sistema più efficiente nell’uso delle risorse naturali ed economiche, ma rispettando nel contempo le “risorse” umane. Abbiamo poi esteso il modello di recupero anche a beni non alimentari a partire dai farmaci, per poi promuovere la prevenzione come miglior antidoto contro lo spreco: meglio agire prima che il danno sia fatto. Da questa visione sono partire tutte le iniziative di educazione alimentare e la campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica Spreco Zero.

In un certo senso siamo arrivati ad una sorta di “quadratura del cerchio”, locuzione che si riferisce alla soluzione perfetta a un dato problema, pur sapendo che questa non esiste. Anche perché negli ultimi vent’anni gli squilibri economici, ambientali e sociali sono aumentati, e di molto. Ecco perché il “mercato dell’ultimo minuto” continua ad essere un laboratorio che produce innovazione sociale, ambientale ed economica trasferendo sul “campo” i risultati della ricerca.

In effetti, allargando di molto il campo di osservazione, il problema che il mondo sta affrontando oggi, nell’era definita come Antropocene data la forte influenza dell’attività dell’uomo sulla natura, è come garantire la sostenibilità economica, la salvaguardia ambientale e l’inclusione sociale del pianeta “senza che nessuno resti indietro” (no one is left behind). Impegno, quest’ultimo, riportato in testa all’Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile (2015) proprio a sottolinearne l’importanza.

Per capire se realmente il “problema” ha una o più soluzioni – se insomma il cerchio si può in qualche modo quadrare – vale la pena richiamare la genesi della riflessione sulle questioni ambientali e sulla loro connessione con gli squilibri economici e sociali a partire dalla prima definizione di sviluppo sostenibile più di trent’anni fa ad opera del rapporto Our Common Future (1987). Dove si affermava la necessità di promuovere “uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. Da allora, e progressivamente, lo sviluppo sostenibile è entrato tanto nelle conferenze internazionali quanto nel lessico comune. Oggi sono tanti ad avere un’idea, più o meno precisa, di cosa significhi il termine sostenibilità e questa è già una conquista, perché la conoscenza è il motore di ogni cambiamento.

C’è tuttavia un punto ancora debole e cioè l’applicazione concreta di misure politiche per realizzare gli obiettivi della sostenibilità economica, sociale ed ambientale. Tra il dire e il fare ovvero tra la nostra generazione e quella dei nostri figli, per riprendere appunto la definizione originaria di sviluppo sostenibile, c’è ancora un mare da attraversare. Un mare pieno di insidie e minacce: cambiamento climatico, inquinamento, povertà, fame, malattie, guerre … Conviene allora delimitare alcuni paletti attorno al cerchio. Servono a capire come procedere concretamente. Vediamone alcuni che ho tratto sempre dal laboratorio del mercato dell’ultimo minuto.

Per garantire un futuro ai nostri figli, le nostre azioni economiche e sociali devono rimanere entro i limiti posti dall’ecosistema terra. Serve un cambio di prospettiva radicale, che vorrei spiegare con un’immagine: quella delle due case. Ognuno di noi ha due abitazioni: una grande, il mondo, e una assai più piccola, le quattro mura dove risiede. Queste case rappresentano anche l’ecologia e l’economia. La radice, eco (oikos in greco vuol dire casa), è la stessa. Quella più grande, l’eco-logia, è la casa delle risorse naturali: il suolo, l’acqua, l’energia, l’aria, i minerali. Quella più piccola, l’eco-nomia, accoglie e cura le persone. La seconda casa sta, fisicamente, dentro la prima. E non viceversa. L’economia, perciò, è un aggettivo, non il sostantivo.

Ecco il rovesciamento di prospettiva del quale abbiamo bisogno per promuovere concretamente la sostenibilità dello sviluppo: dobbiamo fondare la nostra visione e le nostre azioni, collettive e personali, su un’ecologia economica e non viceversa. In questo approccio il concetto di limite non è una rinuncia a migliorare le condizioni umane, bensì uno stimolo all’efficienza nell’utilizzo delle risorse. Una visione-azione che si sposa perfettamente con quello sviluppo sostenibile descritto 31 anni fa dall’Onu e che rappresenta un’inversione a “U” non procrastinabile nel percorso della nostra specie.

Le scelte politiche quindi vanno fatte adesso, anche perché gli strumenti a disposizione ci sono, sia a livello globale che europeo e nazionale. La stessa Agenda 2030, innanzitutto: adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 25 settembre 2015, il documento ratifica l’impegno verso la sostenibilità da raggiungere attraverso 17 obiettivi (SDG) e 169 target entro il 2030. La testimonianza scritta – finalmente – di una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo (economica, sociale e ambientale), con quel motto – “che nessuno resti indietro” – dà la misura dell’azione: tutti assieme. Ed è la stessa Agenda che richiede urgenza: 22 target scadono nel 2020, quindi non è più pensabile procedere con un modello business as usual. E ciò vale, naturalmente, anche per le imprese dove il modello di business deve cambiare adattandosi ai principi della sostenibilità non solo economica ma anche ambientale e sociale.

Gli Obiettivi SDG sono stati condivisi anche dall’Unione Europea: tutti e 17 i punti di sviluppo sostenibile, infatti, vengono affrontati da azioni a livello europeo e poi nazionale (in Italia abbiamo un’articolata Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile). L’Europa ha fatto molta strada, soprattutto nella legislazione ambientale: 550 tra direttive, regolamenti e decisioni danno vita a uno dei più completi standard del mondo. Eppure il Vecchio Continente ha davanti a sé sfide importanti, basti pensare che ogni anno più di 400 mila persone muoiono prematuramente per le conseguenze dell’inquinamento atmosferico.

Ma proprio citando l’Europa, una chiave di lettura importante per puntare a passi decisi verso lo sviluppo sostenibile è l’applicazione dell’economia circolare (e del relativo Pacchetto Europeo), l’antitesi dell’attuale modello lineare di produzione e consumo basato sull’impiego di materie prime per la realizzazione di beni che dopo l’utilizzo diventano rifiuto. Il modello circolare, in cui i prodotti possono essere riparati, riusati e riciclati per ridurre il ricorso a nuove risorse, è ispirato al funzionamento della natura. Per capirci, non occorreva andare tanto lontano o inventarsi qualcosa di nuovo, bastava prendere ispirazione dal funzionamento della casa più grande alla quale accennavo prima: la Natura.

In letteratura, l’economia circolare si basa su cinque pilastri: input sostenibili, estensione della vita utile del prodotto, sharing, product as a service e valorizzazione del fine vita dei prodotti. L’applicazione di questi fondamenti può avere un ruolo importante nel raggiungere gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico.

Inoltre, il pacchetto per l’economia circolare della Commissione Europea ha davvero il potenziale per creare nuovi posti di lavoro e modelli sostenibili di produzione e consumo. Secondo le stime del Parlamento Europeo l’economia circolare può portare alla creazione di 867 mila posti di lavoro ex novo, dei quali 190 mila solo in Italia entro il 2030. Un’opportunità di modernizzazione, insomma, e contemporaneamente un equipaggiamento per il futuro. Un nuovo modello di business che anche le imprese stando cogliendo come una grande opportunità a dimostrazione che si può coniugare positivamente crescita economica, tutela ambientale, inclusione sociale. Si potrebbe anzi dire che la sostenibilità aiuta il business: crea valore per il territorio e la società.

Il cerchio, perché di cerchio si tratta, comincia a quadrare. Non solo per il mercato dell’ultimo minuto ma più in generale per la nostra società che dovremmo dunque fondare sull’ecologia economica, sostenibile e circolare.

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