Sonia Antonicelli, Direttore Leroy Merlin Palermo Forum


Ne parla anche la Costituzione della Repubblica Italiana all’articolo 118, dove si dice: «Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà». La sussidiarietà, definita come l’essere o lo svolgere funzione di complemento, d’integrazione, è una dimensione centrale della vita della società. A maggior ragione lo è nella vita di un’organizzazione aziendale impegnata sul fronte della responsabilità sociale. Come spiega Sonia Antonicelli, Direttore del Negozio Leroy Merlin di Palermo Forum.

Cosa vuol dire declinare il principio di sussidiarietà in azienda?

Le aziende nascono e vivono dentro un territorio. Soprattutto quando sei una struttura così importante, e penso ai negozi Leroy Merlin, devi sganciarti dall’idea di essere esclusivamente un venditore di prodotti e servizi: devi pensare alla tua attività commerciale nel contesto delle esigenze che il territorio esprime. Se la tematica dell’abitare è al centro del nostro progetto d’impresa, se la nostra vision recita “ogni persona ha diritto alla propria casa ideale”, allora possiamo e dobbiamo avere un ruolo più ampio, al di là di quello commerciale. Diventando veri e propri partner, pienamente integrati nel territorio.

Quali sono i principali progetti e iniziative in cui avete dato corpo a questi principi?

Tantissimi, perché a partire dalle iniziative di Bricolage del Cuore da cui tutto è nato, che consistevano in un progetto all’anno “adottato” sul territorio insieme a un’associazione, una scuola o una parrocchia, abbiamo “portato a bordo” i nostri collaboratori. Il che è per me la soddisfazione più grande in termini di responsabilità sociale e ambientale: oggi, su circa 120 collaboratori del Negozio di Leroy Merlin Palermo Forum, una quarantina sono attivi e coinvolti. E da questo coinvolgimento scaturiscono tantissime proposte. L’esempio che porto è quello dell’Agorà del’Abitare, il progetto che ha cambiato la percezione che il territorio aveva del nostro Negozio. Non più, cioè, l’azienda a cui rivolgersi magari per chiedere aiuto su un singolo problema, che però rimaneva fine a sé stesso. Invece, un’azienda che si propone come nodo di una rete di partner costituita da soggetti diversi, quella appunto dell’Agorà dell’Abitare, che si fonda su un principio fondamentale: se io aiuto qualcuno, quel qualcuno a sua volta dovrà aiutare qualcun altro. Per dirla in metafora: l’azienda percepita non più come quella che, su richiesta, può portare il pane una volta, ma che insieme ad altri insegna a farlo. Il progetto con cui è partito l’Agorà dell’Abitare è quello, due anni fa, della ristrutturazione del Centro di Accoglienza Padre Nostro, fondato da don Pino Puglisi, al Brancaccio, a 500 metri dal nostro Negozio. Un mese e mezzo di cantiere, un lavoro del valore di 30mila euro, in cui la rete si è allargata enormemente: oltre ai nostri collaboratori sono stati coinvolti i posatori del Negozio, decine di fornitori, che hanno contribuito ad esempio con merce omaggio o sconti. Su tale scia sono poi nati molti altri progetti: quello con il Centro Astalli di Palermo; la collaborazione, da diversi anni, con la Scuola Landolina di Misilmeri; fra i più recenti, il progetto di bricolage civico del giardino pop up a Salita Raffadali. Il prossimo passo, già in autunno o nel 2019, sarà il lancio dell’orto cittadino.

Abbiamo l’ambizione non certo di scavalcare le istituzioni, bensì di proporci come un supporto, ritagliandoci un ruolo in progetti che affrontano problematiche affini alla nostra attività, cioè quelle dell’abitare. Anche perché, bisogna riconoscerlo, il bisogno è enorme e oggi le istituzioni pubbliche non ce la fanno ad arrivare dappertutto.

Quali ricadute ha sui collaboratori la sussidiarietà vissuta direttamente attraverso la partecipazione a questi progetti?

Ormai questa attenzione, questi meccanismi, sono dentro i nostri collaboratori. La portata delle iniziative in cui siamo attivi è diventata notevole, quindi è molto impegnativo. Ma ci aiuta proprio il fatto che c’è grande coinvolgimento fra i collaboratori: alcuni addirittura si attivano sulle iniziative durante le proprie giornate di riposo. Uno degli effetti più tangibili è l’aumento del benessere dei collaboratori stessi, orgogliosi di fare del bene. E aumenta significativamente anche il senso di appartenenza all’azienda, tanto che c’è chi fa volontariato, per proprio conto, indossando la divisa aziendale. Se dovessi trovare un neo in tutto questo, direi che non sappiamo raccontarlo bene, perché per noi ormai è quasi scontato, fa parte del quotidiano. Porto il mio caso: la scintilla in me è scoccata anni fa quando, poco dopo il mio arrivo a Palermo, l’associazione Retake Palermo mi ha chiesto aiuto per un progetto legato al decoro urbano. Ho voluto partecipare in prima persona e da lì in poi non sono più riuscita a immaginare il mio lavoro, come pure il ruolo dell’azienda nel territorio, senza implicazioni e impegno nel sociale.

Una maggiore diffusione della sussidiarietà fra le imprese che impatto potrebbe avere sulla società e sull’economia?

Non trovo un’espressione adeguata per dire quanto sarebbe importante. Se cresce la sussidiarietà, come la sostenibilità, come il benessere, come la dignità, nella vita concreta delle persone, specie di quelle che vivono situazioni di maggiori difficoltà, poi tutto ciò torna indietro all’economia, magari a un’economia legata ai bisogni di prima sussistenza. Si tratta di appiattire quegli spigoli, oggi eccessivi, fra chi ha troppo e chi troppo poco: questo aiuta anche l’economia, anche se forse in un modo nuovo, probabilmente ancora da inventare.

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