Matteo Valero, Direttore Leroy Merlin Torino Giulio Cesare


Generatività è una parola complessa, importante e impegnativa. Ciò vale ancora di più se si pensa a come trasferire e vivere la generatività in un’organizzazione già di per sé complessa come quella di un’azienda. Ce ne parla Matteo Valero, Direttore del Negozio Leroy Merlin di Torino Giulio Cesare.

Cosa vuol dire affrontare il tema della generatività in un contesto aziendale e in una prospettiva di responsabilità sociale d’impresa ispirata ai principi dell’economia civile?

Significa non fermarsi al puro e semplice fatturato ma guardare all’impatto reale che si ha sulla società, a partire dal contesto in cui l’attività economica si svolge. Se pensiamo ad esempio all’apertura di un nuovo negozio Leroy Merlin, essa genera, oltre alla disponibilità di nuovi prodotti in vendita, anche nuovi posti di lavoro; se è in una zona periferica o comunque poco frequentata nel week-end, contribuisce ad animarla in quei giorni; innesca, insomma, dinamiche positive su un intero quartiere, anche attraverso un effetto domino. E non intendo, ovviamente, il semplice spostamento di flussi di clienti da una zona della città all’altra: parlo di un qualcosa di aggiuntivo, che prima non c’era e poi c’è. Nello specifico il nostro negozio, che è aperto da poco meno di due anni e occupa attualmente circa 150 persone, è stato costruito e pensato per essere un negozio generativo.

Quali sono le principali iniziative avviate in questo senso dal vostro negozio?

Per prima cosa, va detto che fin da subito il negozio è stato pensato per attivare sul terreno che ha intorno un’esperienza di orto sociale. Suddiviso in 22 lotti, oggi l’orto sociale è utilizzato gratuitamente da famiglie e associazioni che a loro volta, in un’ottica di reciprocità, s’impegnano a donare il 20 per cento del raccolto ad altri beneficiari, ad esempio famiglie seguite dalla Caritas. Un altro esempio è la creazione di uno “spazio del fare”, un luogo dove i giovani maker e designer possono venire per provare a dare forma concreta alla loro creatività e anche a vendere quello che realizzano, tra l’altro potendo utilizzare a prezzo simbolico i nostri macchinari, il cui costo reale probabilmente sarebbe per loro proibitivo: è un modo per verificare se la propria passione può diventare un mestiere. Poi c’è la sala corsi, dove organizziamo 160 corsi l’anno, in pratica uno ogni due giorni, per adulti e bambini. Uno degli ultimi progetti che abbiamo attivato, infine, è quello dell’SOS Fai da Noi, un servizio di “portierato sociale diffuso” col quale aiutiamo persone anziane o in difficoltà in piccoli lavori e servizi: per questo progetto siamo in fase di “reclutamento”, anche fra i clienti, che vedono le comunicazioni in negozio, chiedono informazioni e danno la loro disponibilità a partecipare. Contiamo di essere operativi entro fine anno.

Come s’inserisce in questa prospettiva il tema del “negozio piattaforma”?

Il negozio piattaforma è nato come progetto strategico aziendale, del Gruppo Adeo e quindi anche di Leroy Merlin, che ne è parte. L’idea è di un negozio a geometria variabile: un negozio che ha la capacità di variare costantemente a seconda delle caratteristiche e delle esigenze dell’interlocutore, che sia il privato, l’artigiano, le associazioni non profit, le istituzioni; un negozio con cui si può dialogare fisicamente ma anche sul web, che quindi sa adattare il proprio linguaggio. La generatività s’innesta sul negozio piattaforma e consiste nel mettere in atto tutto ciò che esso permette di fare, creando una discontinuità rispetto al passato. Tutto ciò naturalmente è impegnativo e costa, per cui richiede investimenti, visione di lungo periodo e coraggio: come il contadino che pianta un seme, deve poi annaffiarlo, curarlo fino a che avrà i frutti. Frutti che in questo caso sono economici ma soprattutto di dinamiche, di comportamenti virtuosi che vengono attivati. Ad esempio, l’anno prossimo qui vicino dovrebbe aprire un negozio di una grande insegna della Gdo alimentare e pare che aprirà con degli orti sociali sul tetto: ovviamente non posso esserne sicuro, ma ci piacere pensare di essere stati generativi, creando una discontinuità a cui anche altri si sono ispirati.

Essere “imprese generative” ha un impatto positivo anche in senso economico?

Io credo che dare messaggi credibili e costanti in questo senso, cioè impegnarsi a essere un’azienda generativa sul territorio, dica qualcosa anche ai consumatori, che sempre più si orientano verso aziende attente all’impatto sociale della propria attività: aziende, in qualche modo, diverse, che fanno e danno qualcosa in più. Certo non rientra nell’ottica della ricerca immediata del profitto. Si tenga poi conto dell’impatto che queste attività hanno al nostro interno: credo che poter raccontare in famiglia, agli amici, che si lavora per un’azienda che fa queste cose, magari anche partecipando direttamente a questi progetti, faccia piacere, dia soddisfazione, renda orgogliosi. Tra l’azienda e chi ci lavora si crea un ingaggio diverso, una relazione nuova. Generatività è anche questo.

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