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Habitat

Di Elena Granata, Dipartimento di Architettura e Studi Urbani, Politecnico di Milano


Siamo le case che abbiamo abitato, l’infanzia che abbiamo vissuto, le strade percorse, i libri letti; siamo la musica ascoltata, gli amici che abbiamo incontrato e le convinzioni acquisite; siamo i luoghi dove abbiamo lavorato, i paesaggi che ci hanno commosso, gli incontri fatti e quelli mancati.
C’è un intreccio misterioso tra quello che siamo, quello che diventiamo con il passare del tempo e i luoghi che abbiamo abitato. Esiste una correlazione profonda tra l’habitat, l’ambiente fisico e sociale in cui ci siamo formati, e l’habitus, il nostro abito esteriore, le abitudini acquisite (la comune origine delle parole è evidente), i modi di fare e di pensare, i comportamenti.
Questa relazione –  tra habitat e habitus ­­- è sempre una relazione di reciprocità. Lo spazio influisce sui comportamenti e i modi di vivere condizionano e plasmano gli spazi. Di questa relazione reciproca dobbiamo prenderci cura.
Se guardiamo alle città italiane non possiamo non riconoscere una qualità e una bellezza diffusa, fatta di piazze e di monumenti straordinari, di paesaggi naturali in cui natura e cultura si sono intrecciati nel corso dei secoli. Una bellezza pubblica e civile, mite e accogliente, aperta al nuovo, al turista e allo straniero.
Oggi però questa bellezza civile e accessibile a tutti ha molti nemici. Molte città italiane (ma non solo) si stanno dotando un’architettura ostile o difensiva, predisposta per evitare la presenza delle persone nello spazio pubblico. È la stessa vita pulsante della città a suscitare un istinto di controllo in certe componenti politiche e in alcune fasce della popolazione. Panchine con braccioli che impediscono di potersi sdraiare, spunzoni anti seduta disposti davanti alle vetrine, pensiline di autobus in cui poter sostare solo pochi minuti, dissuasori sonori che emettono un sibilo molto disturbante per i ragazzi più giovani. In Francia li chiamano arredi disciplinanti, quelle soluzioni capaci di determinare i comportamenti delle persone negli spazi collettivi. In nome del controllo e di una presunta maggiore sicurezza degli spazi si snatura uno dei caratteri più forti dell’identità delle nostre città: la capacità di accogliere, di mescolare le differenze, di integrazione la varietà delle persone.
Città un tempo caratterizzate dalla presenza di strutture di accoglienza (una per tutti a Firenze Lo Spedale degli Innocenti), oggi attrezzano gli spazi pubblici con dispositivi di controllo e dissuasori di comportamenti sociali. È vietato sedersi sui gradini delle cattedrali, è vietato sedersi nelle chiese – soprattutto nelle città turistiche – dove l’accesso è regolato dall’acquisto di biglietti di ingresso. I parchi, quando possibile, vengono chiusi e regolamentati da orari di apertura, le panchine ridotte al minimo. Tutte scelte che tradiscono quell’idea di urbanità che è stata la cifra vincente delle città europee, una dimensione legata all’ospitalità dei luoghi, predisposizione ad accogliere e facilitare le relazioni umane, lo scambio e la comunicazione. Una dimensione legata alla qualità della convivenza civile, ad un’idea di cittadinanza inclusiva e tollerante.
Ma se perdiamo questa urbanità e l’originaria attitudine all’accoglienza di questi luoghi, che cosa rimarrà della nostra secolare cultura civile? Sono i comportamenti a fare belle le città, prima dei monumenti e delle piazze restaurate in stile. Ma dove si formano i nostri habitus da cittadini? Dove cresce in noi l’attitudine alla relazione e alla cooperazione? Dove diventiamo animali politici e civili?
L’ospitalità non ha nulla a che fare con il buonismo, con la buona educazione, con il galateo, con il senso di colpa. È un atteggiamento dell’anima che umanizza innanzitutto chi la pratica, è il riconoscimento che il nemico, lo straniero, può sempre diventare l’ospite atteso.  Ospitare è uscire dalla logica dell’inimicizia, è tramutare un nemico in ospite. Abitare è vivere tra noi e con lo sconosciuto quest’ospitalità gentile, che previene le necessità, che condisce il necessario con l’inutile, il dovuto con la generosità di un abbraccio. Quando parliamo di abitare pensiamo dunque ad una dimensione complessa, alludiamo ad un ambiente ospitale, scandito dalle nostre abitudini e dai nostri corpi, ma anche ad una dimensione relazionale (che apre vero l’altro) ed estroversa (che si apre verso l’esterno). Abitare non è conoscere, è sentirsi a casa, circondati da cose che ci dicono chi siamo e cosa possiamo diventare. Prendersi cura degli spazi dove le persone vivono e lavorano, migliorare il benessere nelle aziende, nelle scuole e negli ospedali, negli spazi pubblici e collettivi, significa prendersi cura delle persone e delle loro relazioni. E della stessa idea di convivenza civile in questo tempo di turbolenze.

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