interviste, La Piazza
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Formazione “trasformativa” per generare impatto

Intervista a Elisa Ricciuti, Executive Director di Cottino Social Impact Campus


Poche settimane fa a Torino è stato inaugurato Cottino Social Impact Campus, un luogo dedicato alla diffusione della cultura dell’impatto sociale. Con Elisa Ricciuti, Executive Director, parliamo della missione e della visione che questa iniziativa esprime, proseguendo il percorso fra i protagonisti e le dinamiche di quella che spesso viene indicata come impact economy.

Come nasce Cottino Social Impact Campus?

Il Campus nasce dalla visione della Fondazione Cottino. Giovanni Cottino è un imprenditore, oggi 93enne, che ha vissuto un’intera vita da capitano d’impresa. Immerso in una cultura imprenditoriale che è stata profondamente influenzata da imprenditori illuminati quali Adriano Olivetti, dove è sempre stata molto forte l’attenzione ai giovani, allo sviluppo di opportunità di lavoro, alla crescita costante delle competenze. Ci collochiamo evidentemente nell’ambito della formazione, ma ciò a cui teniamo di più è la dimensione culturale, che va molto al di là della formazione o dell’education, per dirla in inglese. Per tendere verso questo obiettivo, quella che noi proponiamo è una formazione trasformativa.

Che cosa significa formazione “trasformativa”?

Si potrebbe obiettare che tutta la formazione è trasformativa, ma è vero solo in teoria, non in pratica, anche perché spesso la formazione è eccessivamente dogmatica e quella magari destrutturata che pure esiste ha spazi marginali. La nostra proposta, invece, va letta in riferimento all’oggetto: una formazione trasformativa è quella che aiuta la persona a trasformare, radicalmente, il modo in cui sta facendo le cose. Da qui deriva la nostra attenzione all’impatto sociale, che ha un portato trasformativo forte. Naturalmente non siamo i primi né gli unici a occuparci di impatto sociale, ma al momento su questi temi l’offerta formativa è frammentata, con una notevole eterogeneità anche fra i soggetti che la propongono: università e dipartimenti, business school, gli stessi incubatori, solo per citarne alcuni. La nostra intenzione è dare vita a un luogo unico dove possa convergere tutta la conoscenza legata ai temi dell’impatto sociale. Una conoscenza assolutamente interdisciplinare e capace di dare un contributo concreto per il progresso sociale. La nostra proposta è rivolta ad aziende e organizzazioni pubbliche, privato sociale, studenti e lavoratori, start-upper, consulenti e freelance: chiunque abbia desiderio di apprendere per produrre un cambiamento sociale e alimentare una nuova narrativa, è il benvenuto.

Che ruolo possono avere le aziende nell’ambito della vostra proposta?

La formazione che proponiamo è ovviamente di alto livello, ma ogni corso che attiveremo prevederà borse di studio, proprio per garantire la massima accessibilità possibile, con l’intenzione inoltre di continuare a impegnarci per aumentare costantemente la capacità delle borse di coprire i costi. Attualmente le borse di studio sono offerte dalla Fondazione Cottino ma in futuro potrebbero ovviamente essere offerte anche da altri soggetti, fondazioni o, appunto, imprese. Ma la relazione che intendiamo stabilire con le imprese non si ferma certo qui, anche perché sono soggetti assolutamente centrali nella nostra visione: non dimentichiamo che siamo nati proprio dal mondo imprenditoriale. Nelle nostre aule, ad esempio, non c’è una distinzione tradizionale e rigida di ruoli fra docenti, “beneficiari” della formazione, testimoni o che altro: le nostre aule sono una comunità di apprendimento. Per questo le aziende che hanno esperienze significative sono benvenute, perché vogliamo conoscerle, ascoltarle, entrare in relazione. Guardando alle aziende cerchiamo il loro coinvolgimento esplorando ogni modalità possibile, perché sono attori fondamentali del sistema su cui intendiamo produrre cambiamento.

Ha parlato di narrativa: quali sono a suo avviso le parole migliori, o più esatte, per indicare la impact economy?

I paradigmi della impact economy sono ovviamente in grande sintonia con la nostra proposta. Tuttavia, occorre riconoscere che in quest’ambito stiamo vivendo un momento di grandissima costruzione, di contenuti e significati. Per cui più che alle parole e alle definizioni, o se vogliamo alle etichette, ciò a cui siamo prioritariamente interessati è la convergenza su una visione. Apriamo alla complessità e vediamo cosa succede.

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