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Un abbraccio collettivo

Di Maria Gaglione, staff dell’Economy of Francesco


La storia insegna che dalle grandi crisi possono fiorire scoperte rivoluzionarie. Si può rafforzare l’intelligenza collettiva. Recuperare parole dimenticate e riscoprire la vocazione del lavoro.
Tamponi per i test, respiratori polmonari, mascherine, camere sterilizzanti. Oggi sono queste alcune priorità che hanno portato molte aziende alla conversione della loro usuale produzione per adattarsi alla situazione e per non licenziare i propri dipendenti. Ma anche per riuscire a trovare il modo di contribuire a superare il momento di crisi. Accanto alle grandi imprese e brand internazionali, molte spinte solidali e innovative sono partire dal basso, dalle piccole imprese e dal mondo delle startup che con tempismo e grande creatività stanno dando una mano preziosa nella battaglia contro il Coronavirus. Sono storie di responsabilità e attenzione, molto spesso di mutuo sostegno e cooperazione fra imprenditori, cittadini e istituzioni. Albertus è un ingegnere indonesiano. La sua impresa si occupa della progettazione di droni per l’utilizzo sostenibile delle risorse agricole e ridurre l’abbattimento delle foreste. Da qualche mese, la sua impresa fornisce camere di sterilizzazione “intelligenti” agli ospedali Covid in Indonesia. “Siamo felici di comunicarvi di aver ricevuto la certificazione da parte dell’Istituto Superiore di Sanità per le nostre mascherine Co-ver da filiera Made-in-Italy”, scriveva qualche giorno fa in un post, Anna, presidente una impresa tessile di Verona. Oppure Regina che gestisce un negozio di dispositivi e prodotti sanitari in Argentina: “In seguito all’incremento della richiesta di mascherine e disinfettanti per mani, abbiamo deciso di mantenere stabili i prezzi e di gestire i nostri approvvigionamenti continuando a garantire la fornitura ai nostri “clienti abituali” che sono soprattutto malati cronici e ragazzi con gravi malattie respiratorie”.Non solo storie di riconversione. In questo periodo di distanziamento sociale e di dolore collettivo abbiamo assistito ad una spontanea “call for action” dove tanti si sono sentiti chiamati a fare qualcosa. Restare a casa è stato il primo impegno, di tutti. Ma a molti non è bastato. Accanto a medici ed infermieri nelle corsie delle terapie intensive, abbiamo imparato a riconoscere il lavoro dei ricercatori in laboratorio giorno e notte per arrivare presto alla formulazione di un vaccino. Ma abbiamo anche assistito a cicli di webinar organizzati da professori, sociologi, filosofi per aiutarci a leggere in profondità la realtà e raccogliere riflessioni importanti. Alcuni economisti li abbiamo visti anche aggiornare un grafico ogni giorno per rendere l’interpretazione dei dati del contagio un po’ meno ostica. E ancora abbiamo ascoltato la violinista dal terrazzo dell’ospedale di Cremona e poi in un’altra città abbiamo visto cartoni di pizze consegnate ai medici “per esprime attraverso un gesto concreto – diceva il pizzaiolo – vicinanza e gratitudine con quello che sappiamo fare meglio: il nostro lavoro”.
Si lavora per vivere, per prendersi cura di sé stessi, dei figli. Si lavora per rispondere ad una vocazione, per trovare il nostro posto al mondo. Ma si lavora anche per gli altri, per il bene comune, per amore. E insieme si lavora per risolvere i problemi, per affrontare una sfida inattesa, per realizzare un progetto nuovo. In tutte queste storie, molto diverse fra loro, riconosciamo un tratto comune: una sorta di inquietudine, il tentativo di reagire a quel senso di impotenza che la pandemia ci ha improvvisamente sbattuto in faccia. E allora tanti sono andati a scavare in quello che sanno fare meglio. Così il lavoro, la competenza, l’esperienza, il know-how, l’arte, sono diventati gli strumenti per dare forma alla creatività dell’amore messa in campo e condivisa, al servizio di tutti. Un effetto domino, un pullulare di iniziative. Ne potremmo raccontare ancora tante di queste storie di prossimità di chi ha vinto la tentazione di delegare interamente la complessità della situazione ai tecnici e ha attivato strade talvolta inesplorate per fare – come scrive Albertus – ognuno la sua parte. Piccola o grande che sia, poco importa. Se è vero che nessuno si salva da solo, il tempo “denso” che stiamo vivendo ha bisogno di questa biodiversità di lavori, di intelligenze e di sensibilità per rispondere ad una crisi tanto grave e complessa.
Regina, Anna, Albertus sono fra gli oltre 2000 giovani chiamati a costruire l’Economy of Francesco, un processo di cambiamento globale per una economia capace di promuovere la vita e di non lasciare nessuno indietro. La ricostruzione post-Covid non potrà prescindere dall’idea di quale economia vogliamo progettare e riconfigurare. Un’idea che forse partirà proprio dalla consapevolezza e dall’inquietudine che nascono dal basso, dai giovani se sapranno non soffocare le grida dei poveri e della terra. La conversione più grande di Francesco d’Assisi arriva con l’abbraccio al lebbroso, momento fondativo di quella fraternità capace di includere tutte le donne e tutti gli uomini insieme alle creature e agli elementi della natura. Questo dolore collettivo ci ha aperto l’era della fraternità come principio universale per risanare le ingiustizie e salvaguardare la casa comune. Se sapremo ripartire da questo nuovo abbraccio collettivo, se saremo capaci di riconoscerci tutti fragili, tutti uguali, tutti preziosi a partire dagli ultimi, potremo davvero costruire una economia all’altezza della fraternità.

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