articoli, emergenza Coronavirus, La Piazza
Comment 1

“Non stiamo vivendo un periodo di guerra ma un tempo di solidarietà e vicinanza…”

Di Natale Brescianini, Osb Cam, Monaco, Formatore, Coach ACC ICF


La metafora della guerra è stata una di quelle più utilizzate per cercare di descrivere il periodo dovuto all’emergenza sanitaria.
Non so perché ma il mondo militare e della guerra hanno sempre un fascino particolare sull’essere umano; addirittura anche a livello spirituale nel passato si insegnava nel contesto cattolico che una volta ricevuto il sacramento della Cresima si diventava “soldati di Cristo”!
L’economia di mercato stessa è stata concepita da una certa cultura di matrice anglosassone utilizzando la metafora militare (colpire il target, conquistare fette di mercato – cfr. Risiko, tattica, strategia, ecc…)

Inoltre per noi europei è stato molto facile tornare con la memoria alla Seconda Guerra Mondiale, probabilmente l’ultima grande difficoltà che abbiamo dovuto affrontare a livello generale.

Il rischio di usare concetti bellici in economia, nella spiritualità e nella vita in generale è quello di entrare in una logica di vita o di morte, dell’altro come nemico, di situazioni dove non c’è spazio per i sentimenti, la pietà se non verso solo coloro che appartengono al tuo esercito; una logica che disumanizza la persona e la rende una tra i tanti: ciò che conta è che si vinca la guerra e non una semplice battaglia a qualsiasi costo!

Da monaco benedettino vorrei utilizzare una altra metafora per descrivere il tempo che stiamo vivendo: la metafora del Deserto.

Veniamo da un periodo di profondo deserto sociale/urbano: città chiuse, serrande abbassate, strade vuote, uffici chiusi.
Una situazione totalmente imprevista che ci ha costretti a reinventarci uno stile di vita e di lavoro a cui non eravamo pronti.

Nell’esperienza spirituale il Deserto invece è una delle figure più utilizzate e importanti:
se pensiamo alla Bibbia Ebraico/Cristiana ritroviamo l’esperienza dei 40 anni nel deserto del popolo d’Israele, che fugge dall’Egitto verso le Terra Promessa; oppure l’esperienza stessa di Gesù che prima di iniziare la sua missione pubblica trascorre 40 giorni nel deserto.

Sia il deserto urbano/sociale sia il deserto spirituale hanno in comune il punto di partenza:
la mancanza.

Noi abbiamo sentito la mancanza di incontrare le persone, di uscire dalle nostre case, anche per una semplice passeggiata.
Il Deserto è comunque un luogo fisico che all’inizio è ostile: mancano le condizioni necessarie per la vita (pensiamo alla scarsità di acqua).

Si percepisce una mancanza.
Se la mancanza nasce da un vuoto, questo porta alla paura/ansia e alla voglia di colmare il vuoto e si giunge così alla saturazione della vita.

Se la mancanza nasce da un desiderio, questo porta alla sana inquietudine e alla creatività per alimentare e vivere il desiderio e si giunge alla pienezza di vita.

La differenza tra il deserto sociale e quello spirituale è tutta qui:
Giungere alla pienezza di vita e non alla saturazione della vita.

Pensiamo a come abbiamo vissuto il tempo quando eravamo chiusi dentro le nostre case:
abbiamo cercato di saturare tutti i minuti e gli spazi a disposizione (con webseminar, call, video tutorial, ricette di cucina, ecc…) perché mossi da un vuoto o dal desiderio?

Cosa possiamo imparare da questa emergenza sanitaria?
Mi faccio aiutare da una persona che sicuramente conoscete, il Prof. Luigino Bruni che in un suo articolo apparso su Avvenire così scriveva in data 11 Marzo all’inizio del lockdown:
“Come un ‘male comune’ (virus) ci ha insegnato improvvisamente cosa sia il ‘Bene comune’, la solitudine forzata ci ha insegnato il valore e il prezzo delle relazioni umane, la distanza superiore al metro ci ha svelato la bellezza e la nostalgia delle distanze brevi.”
(Luigino Bruni, La quaresima del capitalismo, Avvenire 11 marzo 2020)

Tre cose quindi su cui porre la nostra attenzione:

Bene comune, relazioni umane, bellezza e nostalgia delle distanze brevi.

Bene Comune: Siamo tutti connessi, anche biologicamente.
Si riuscirà, appena passata questa tempesta, a pensare una economia meno individualista e non basata su un consumo di cose quotidiano e sempre maggiore?
Quanta fragilità sperimentiamo del sistema che abbiamo costruito?
È possibile un agire economico che torni ad essere al servizio del bene comune?

Relazioni Umane: La prima relazione umana da riscoprire è quella con se stessi: a volte i ritmi a cui siamo soggetti ci sconnettono con noi stessi: connessi con chiunque e ovunque tranne che con la profondità del nostro essere. Quali sono i desideri che abitano il nostro cuore?

Bellezza e nostalgia delle distanze brevi: sono cambiate le distanze con le persone; stiamo di più con alcune e meno con altre a volte in modo opposto a come eravamo abituati prima (poco tempo con gli affetti più cari e molto tempo sul lavoro)
C’è una campagna pubblicitaria in questi giorni che dice: “distanti ma uniti”.
Spesso invece nella nostra quotidianità siamo/eravamo molto vicini alle persone (colleghi, clienti, ecc..) ma totalmente distanti e a volte ostili.
Occorre riscoprire la bellezza della gentilezza, della cortesia, dell’educazione e dell’empatia.

Non è tempo di guerra questo, ma un tempo di solidarietà e di vicinanza!

1 Comment

Rispondi