interviste, La Piazza
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Ripartire con la “forza” della vulnerabilità

Intervista a Mauro Carchidio, Direttore Immobiliare e Sviluppo Sostenibile di Leroy Merlin Italia


“Non siamo perfetti”, ha scritto Olivier Jonvel, Amministratore Delegato di Leroy Merlin Italia, nella Lettera agli Stakeholder che apre il Bilancio partecipato dei benefici prodotti 2019 appena presentato da LMI. Che cosa vuol dire, per un’organizzazione, avere la consapevolezza della propria imperfezione, fragilità, vulnerabilità? Ne abbiamo parlato con Mauro Carchidio, di recente nominato Direttore Immobiliare e Sviluppo Sostenibile di Leroy Merlin Italia.

 

Cosa ha significato per ognuno di noi, persone e organizzazioni, aver sperimentato la propria vulnerabilità nell’emergenza Coronavirus, ovviamente inaspettata e drammatica?
Distinguerei tra dimensione personale e collettiva. A livello personale, ci ha portato a riflettere sulla responsabilità che noi manager abbiamo. Proprio perché in situazioni come queste tutti fanno riferimento a noi e tu sai che quello che dirai, o farai, avrà un impatto importante. Anche perché Leroy Merlin, più che un’azienda, è una comunità, dove i rapporti sono un po’ diversi da quelli di un’azienda “classica”. Per esempio: chiudere all’inizio della crisi i nostri Negozi, che potevano stare aperti, per prendere una pausa, riorganizzando il lavoro e i Negozi stessi, per tanti motivi non è stata una scelta facile. Ma era la migliore che potessimo fare e ci ha permesso, ora, di avere delle squadre e delle persone serene, che stanno lavorando con passione e fiducia. Quanto alla dimensione collettiva, abbiamo capito con la crisi che non siamo soli: siamo tante persone che, insieme, possono avere più coraggio, resilienza, determinazione. Proprio nel momento della massima difficoltà, molti sono venuti fuori con un’energia che forse essi stessi per primi non credevano di avere. Non dimentichiamo che le aziende sono fatte di persone. Il che può sembrare un limite, perché le persone non sono infallibili e di conseguenza neppure le aziende. In realtà questa “percezione collettiva” della vulnerabilità è ciò che ci ha reso più forti, perché ha scatenato un’energia diffusa che c’è e non si può bloccare. E che permette, anche in situazioni complicate come questa, di andare oltre.

Che cosa in particolare si è imparato nell’emergenza che potrà essere più utile in futuro?
È stato evidente come le situazioni cambino continuamente. Per cui all’inizio abbiamo affrontato ciò che era “ignoto”, che non avevamo mai sperimentato prima, ed è stato difficile. Ma con altrettanta evidenza abbiamo compreso che anche i periodi più duri sono destinati a finire, a non durare in eterno: il cambiamento, intendo, vale anche in positivo. E questo ci ha aiutato e ci aiuta a trovare speranza. Anche perché, sebbene sia più facile teorizzarlo che metterlo in pratica, nelle situazioni difficili ci sono tante cose da imparare: per fare un esempio, l’accelerazione che è stata data in questi mesi al lavoro a distanza, o smart working, ci ha insegnato molto. Riuscire a cogliere l’aspetto positivo anche di situazioni e fattori apparentemente negativi, cioè, in altre parole mantenere un equilibrio di fronte alle situazioni che cambiano e provare ad avere un approccio positivo per influenzarle, è una delle lezioni fondamentali che abbiamo imparato.

Nell’ambito dell’approccio alla sostenibilità, c’è stato un cambio di priorità tra prima e dopo la fase più acuta della crisi?
Non c’è stato uno stravolgimento, semmai un’accelerazione di alcuni fenomeni. C’è ora una grande opportunità, cioè, per trasformare quelle che prima erano più che altro prese di coscienza, specie nei giovani, in risultati concreti. Riprendendo l’esempio del lavoro a distanza: è un’opportunità per fare meno riunioni, per farle più corte, per farle più efficaci; per risparmiare del tempo riducendo gli spostamenti e quindi non alimentando l’inquinamento; per lavorare meglio, anche; e per liberare tempo per sé, per stare con la propria famiglia. Sono tutti aspetti positivi che prima, per tanti motivi fra cui l’abitudine, la paura dell’ignoto cui già accennavo e quindi la mancanza del coraggio di provare e sperimentare, non si evidenziavano così chiaramente. Quando l’emergenza finirà sono convinto che in certi comportamenti torneremo come prima, per esempio torneremo ad abbracciarci e a stare insieme, anche perché siamo animali sociali. Per altri aspetti, che siamo stati costretti a vivere diversamente e in un certo senso a scoprire, come il fatto che con la tecnologia oggi possiamo fare tantissime cose un tempo impensabili, credo che tornare indietro non sarebbe intelligente.

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