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Dalla sostenibilità alla generatività sociale

Intervista a Patrizia Cappelletti


Nel “Bilancio partecipato dei benefici prodotti 2019” appena pubblicato, Leroy Merlin Italia ha provato ad alzare ancora l’asticella del suo impegno nella sostenibilità adottando e soprattutto testando, prima azienda in Italia a farlo, l’approccio della generatività sociale. Di cosa si tratta? Abbiamo chiesto di spiegarlo a Patrizia Cappelletti, membro del Centro di Ricerca ARC (Anthropology of Religion and Cultural Change) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e coordinatrice dell’Archivio della Generatività Sociale.

Riguardo alla generatività si può parlare di un nuovo paradigma che avanza, oltre la sostenibilità, o è ancora troppo presto?
Da alcuni anni sono sempre più numerose le voci che, non solo a livello internazionale, sollecitano un rinnovamento profondo, personale e collettivo, un vero e proprio cambio di paradigma. La consapevolezza della necessità di un nuovo modello di sviluppo economico e sociale avanza e si diffonde soprattutto tra i pubblici più evoluti, come i giovani e le avanguardie produttive, e si traduce in nuove scelte, di consumo, ma anche di produzione e di investimento. Di queste nuove sensibilità non possiamo non tenere conto.
In questo panorama emergente, la sostenibilità si conferma essere un punto fermo per ogni possibile ragionamento sul presente e sul futuro. Nonostante la distanza che ancora ci separa dal raggiungimento degli obiettividell’Agenda 2030 dell’Onu, è indubbio che questi ultimi siano entrati nell’immaginario di organismi internazionali, come di fette crescenti del mondo dell’impresa, della società civile più attenta, perfino della finanza. Stiamo incominciando a dare per assodata la preferenza per la sostenibilità rispetto all’insostenibilità, posizionamento da cui derivano riconoscimento e legittimazione.

La nostra riflessione parte da qui e prova a compiere un ulteriore passo in avanti nell’ottica di “fondare” le possibilità della sostenibilità, per comprendere come renderla realistica. Parliamo di sviluppo “sostenibile e contributivo” per indicare un nuovo assetto economico-sociale che è sostenibile in virtù del concorso originale, creativo, produttivo e responsabile di ciascuno al bene comune. È dunque un nuovo scambio quello che proviamo a delineare: potremo essere sostenibili nella misura in cui saremo capaci di essere anche contribuitivi. In questa prospettiva, prospereranno quelle società che riusciranno a costruire alleanze attorno a questo nuovo patto sociale.

Chiamiamo questo movimento di contribuzione, che genera valore condiviso, generatività. La “generatività sociale” (GS) di cui parliamo e siamo interpreti è una vera e propria “razionalità” personale, organizzativa e sociale. È un modo peculiare di vedere e fare le cose, che nasce dalla consapevolezza felice dell’interdipendenza degli esseri umani, tra loro, con il mondo, con le altre generazioni, e dunque con il passato e il futuro. Quello generativo è un agire sociale liberamente orientato dal sentirsi in relazione con altri e altro, e dall’appartenere a qualcosa di più grande di ciascun Sé – una comunità aziendale, territoriale – che quel Sé precede e supera, ma che al contempo non potrebbe continuare ad esistere senza l’apporto vitale di ciascuno.
È in questo legame e nel senso di questo legame che si gioca la nostra libertà come responsabilità. Ma anche la realizzazione piena, appassionata, feconda della nostra esistenza.
È una libertà concreta, non astratta, quella generativa, che si dispiega e si realizza laddove ognuno di noi si gioca, dentro le relazioni e le forme sociali che attraversiamo: organizzazioni, imprese, istituzioni.
La generatività sociale ci indica la strada per il cambio di paradigma.

Quali sono le principali caratteristiche dell’approccio della generatività sociale che lo differenziano da quello “classico” della sostenibilità?
L’approccio generativo si pone in grande continuità con la sostenibilità. La contempla, provando ad allargarne il discorso. Illuminerei in particolare due aspetti di peculiarità.

Anzitutto il perché, la dimensione del senso. Potremmo dire così: ogni cambio di paradigma ha bisogno di un’energia potente che lo renda possibile. Cambiare è faticoso. Cosa può spingere ad un rinnovamento? Inoltre, ogni trasformazione ha bisogno di un senso, cioè di una direzione ma anche di un significato. Cambiare sì, ma verso dove?
Ecco, la generatività sociale riapre la questione dei significati e della possibilità/necessità per ogni attore sociale di attribuire senso a ciò che fa. La GS ci racconta la possibilità di un movimento che non nasce per legge, per tradizione, per obbligo morale. Qualcosa che viene da fuori. Un ulteriore “dovere”. Non è possibile infatti imporre a nessuno: “Genera!”. Il generare – come già raccontava Platone – nasce nel “bello”, dal “bello”, cioè dentro a un’esperienza di ricerca di qualcosa di positivo, che suscita desiderio di vita e che porta alla generazione di una novità per il mondo.
Si genera perché si è spinti ad uscire da sé per iniziare qualcosa di nuovo, di appassionante, che merita la nostra vita. Qualcosa di valore che si mette al mondo e di cui ci si prende cura, per farlo crescere, generando un valore più grande attorno a sé che porta a far crescere tutti.
È la dinamica del mettere al mondo un figlio, ma anche un’impresa, un progetto sociale, un’idea nuova.
Dunque la generatività viene da dentro e porta con sé una parte di noi, ma si traduce in un “mettere fuori”, un ex-corporare, qualcosa di originale che rinnova il mondo. Ed è normale che chi intraprende questa strada riesca a mobilitare molti altri attorno a sé, e a diventarne leader per la capacità di ispirare altri ad avviare sempre nuovi e diversificati processi.
La generatività, come dice la parola stessa, ha a che fare con il “dare vita” a qualcosa e, insieme, il “dare la vita” che dà origine a un “di più di vita”. La generatività mette in circolo un’eccedenza, che rompe gli schemi, che supera ogni calcolo e per questo, per creare uno squilibrio, avvia nuovi processi, nuove aperture, nuove possibilità. Nella libertà creativa di ognuno.

Il secondo aspetto che vorrei sottolineare è la particolarità dei processi che la generatività sociale attiva.
In questa prospettiva, si genera “valore” quando l’azione si sviluppa lungo tre coordinate: la prima ha a che fare con la relazione interpersonale, tra l’io e il tu. Nell’ottica d’impresa l’azione generativa è “abilitante” nel senso che fa crescere l’altro e ne aumenta la capacità di agire, sia esso collaboratore, cliente, fornitore, interlocutore pubblico, cittadino. I processi così avviati – diciamo noi – “autorizzano” l’altro nella misura in cui si rivelano capaci di renderlo sempre più “autore” della sua esistenza.
Secondariamente, tali processi ricompongono la dimensione funzionale con quella dei significati, e sono capaci di ispirare altri ad intraprendere, a loro volta, cose nuove, altri percorsi migliorativi del mondo.
Infine, questi processi sono sostenibili, ovvero non utilizzano risorse più di quante ne generino. L’attenzione è rivolta qui ai diversi ecosistemi, locali e globali, ambientali, economici e sociali, dove la terza coordinata – l’“intertemporalità” – ha a che fare con la capacità di valorizzare e integrare passato, presente e futuro, tenendo aperto l’orizzonte del tempo. Essa riguarda il “lasciar andare”, movimento che consente di autorizzare altri nella prospettiva intergenerazionale.
Sono stati questi gli occhiali che abbiamo adottato nella lettura dell’agire di Leroy Merlin Italia.

Leroy Merlin Italia è stata la prima azienda a sperimentare l’approccio della generatività sociale: com’è stato far “atterrare” principi e criteri di questo orientamento in una realtà aziendale concreta?
Leroy Merlin Italia (LMI) è da tempo parte dell’Alleanza per la Generatività Sociale, una aggregazione di organizzazioni sparse in tutta Italia, profit e non profit, che hanno deciso di mettersi insieme e dialogare con la generatività sociale facendone un asset per il loro stesso sviluppo e lo sviluppo delle loro comunità.

Lo scorso anno LMI aveva già introdotto il concetto di generatività nel suo Bilancio Partecipato del Benefici Prodotti. La loro appartenenza all’Alleanza ci ha portato a chiedere proprio a loro di essere nostri alleati nello sperimentare uno strumento inedito che restituisce all’impresa una lettura della sua capacità di generare “valore condiviso”. A questo proposito desidero esprimere il grazie di tutta la nostra squadra di lavoro a Luca Pereno, coordinatore Sviluppo Sostenibile in LMI, per aver raccolto in modo pionieristico questa bella sfida.
Con lui ci siamo ritrovati a condividere una comune convinzione: sarà attorno a questa distinzione – tra le imprese che decidono di porre la creazione di valore condiviso quale fine dell’impresa, e strategicamente evolvono in questa direzione, e quelle che non cambiano paradigma – che si giocherà la partita non solo della prosperità, ma della sopravvivenza dell’impresa nel lungo termine. Detto altrimenti: siamo convinti che il successo dell’impresa sarà legato proprio a questa capacità di orientare con decisione la sua azione verso questi obiettivi di valore condiviso.

Il lavoro appena portato a termine è in sé un’alleanza tra soggetti diversi: il Centro di Ricerca ARC dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, l’Alleanza per la Generatività Sociale, IFEL-ANCI (l’Istituto per la Finanza e l’Economia Locale promosso dall’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) e Leroy Merlin Italia.

Ha senso provare a tracciare un’identikit dell’impresa generativa ideale?
Tengo a premettere che la generatività è qualcosa di molto concreto. Ha a che fare con la vita e le sue imperfezioni. In questo senso il nostro lavoro non ha volutamente cercato un output numerico; non consegna patenti di successo e si distanzia dalla logica del ranking. Piuttosto offre una mappa interessante che, nel restituire dove si colloca oggi l’impresa, si traduce in uno strumento a disposizione del management per muovere nuovi passi sulla strada della generazione di valore condiviso, alla luce della prospettiva della GS. È un cruscotto strategico che suggerisce nuove possibilità per lavorare all’interno e all’esterno di essa, dentro una dinamica relazionale e contestuale. In questo senso la generatività sociale non guarda ciò che manca, ma ciò che l’impresa potrebbe generare da lì in avanti.

Il dialogo avviato con tante belle esperienze imprenditoriali in questi anni, comunque, ci ha consentito di mettere a fuoco alcuni caratteri distintivi dell’impresa generativa.

Anzitutto la focalizzazione su uno scopo alto, di contribuzione al “miglioramento del mondo”, che orienta e sostiene il loro fare. Questo significa avviare processi di generazione di multiforme valore, non solo economico, ma anche sociale, culturale, relazionale, fiduciario, di innovazione, invece di scegliere la massimizzazione del risultato finanziario. Il profitto qui diventa metro del proprio ben fare, più che il fine ultimo dell’impresa. In questa prospettiva, la crescita di un’impresa non è unicamente espressa da una questione puramente quantitativa o dimensionale, ma è data dalla fioritura dei diversi capitali a disposizione: umano, ambientale, economico, sociale.
Da qui un secondo carattere delle imprese generative: la capacità di prendersi cura e far crescere le persone e le relazioni, all’interno dell’impresa ma anche nelle sue filiere e nei contesti in cui insiste.
Questa attitudine a mantenere la barra a dritta verso obiettivi alti – uno scopo che merita l’impegno comune – consolida una nuova alleanza tra tutti coloro che partecipano all’impresa, la quale si rivela per quello che è: un bene in comune. Per questo le imprese generative sanno mobilitare, abilitare e liberare nuove energie che convergono appassionatamente verso obiettivi condivisi.
Un altro carattere è l’orizzonte temporale all’interno del quale si muove l’impresa. Parliamo di intertemporalità per raccontare la scelta della sostenibilità, cioè di durare nel tempo, sfuggendo alla tirannia dello short-termismo.
Un ultimo aspetto riguarda la capacità di ricomporre obiettivi funzionali, spinta etica e desiderio estetico. Quello delle imprese “generative” è un “fare bene” capace di ispirare altri per la coerenza che il prodotto o il servizio racconta, dove tutto si scopre relazione e in relazione: produttore, prodotto, processo e territorio. Fondamentale è l’investimento su una nuova narrazione di futuro: si sensibilizza, informa, educa attorno a una visione più equa e sostenibile, di economia e società, contribuendo in questo modo a promuovere a tutto campo l’adozione di nuovi valori che plasmano un nuovo “valore”, la cura dell’ambiente, come l’inclusione sociale.
In questo senso le imprese generative riescono a coniugare molteplici obiettivi – economici e sociali, personali e organizzativi, funzionali e di senso – generando multiforme valore per molteplici stakeholder.

La crisi del Covid-19 ha segnato un prima e un dopo anche per l’approccio della generatività sociale? Ha cioè “impattato” sul modello, spingendovi a rivederlo o a integrarlo?
Il Covid-19 non ha modificato l’approccio, semmai ha reso più urgente e necessario un cambio di paradigma. Lo scoppio di questa pandemia ci ha infatti mostrato, ancor più drammaticamente di quanto avvenuto nel 2008, l’insostenibilità del modello di sviluppo adottato negli ultimi decenni.

Questa nuova consapevolezza potrebbe accelerare la transizione verso forme più evolute di economia e società. La direzione di marcia, però, non può essere data per scontata. Siamo ad un bivio epocale e le opzioni sono ancora aperte. La generatività sociale è una tra le tante voci che indicano una soluzione evolutiva che si poggia sulla responsabilità libera e creativa degli individui a partecipare al bene in comune, quale alternativa a forme più involutive, di natura securitaria che stanno purtroppo emergendo.

Il Covid-19, inoltre, ci ha obbligati a prendere atto che l’interdipendenza è un fattore costitutivo della vita umana e di ogni realtà sociale, compresa l’impresa. Lo abbiamo visto bene nello sconvolgimento delle filiere produttive che ora vanno totalmente ripensate. Questa interdipendenza è solo apparentemente la nostra debolezza. In realtà, è la nostra forza. Lo abbiamo visto nel lavoro di squadra nei luoghi della cura, nell’emersione di nuove forme di solidarietà nelle nostre città, nell’alleanza tra sistemi diversi, nelle possibilità di dialogo tra le istituzioni. Tutto questo le imprese “generative” lo hanno capito da tempo e lo hanno trasformato in una leva di vantaggio competitivo.

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