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Imperfezione

Di Marco Dotti, giornalista, Università di Pavia


Tra le molte virtù di Zhuang-zi c’era l’abilità nel disegno. Un giorno l’imperatore chiese a Zhuang-zi di disegnargli un granchio, simbolo di prosperità e fortuna. Zhuang-zi rispose che aveva bisogno di cinque anni. Tanto era il tempo che gli serviva per realizzare il disegno. Passarono cinque anni e l’imperatore si presentò da Zhuang-zi ma, con grande sorpresa sua e di tutti, questi non aveva ancora terminato.

«Mi servono altri cinque anni», disse allora Zhuang-zi. L’imperatore, seppur attonito e incredulo, glieli accordò. Passarono altri cinque anni e, allo scadere dell’ultimo minuto dell’ultima ora dell’ultimo giorno l’imperatore si presentò nuovamente da Zhuang-zi. Fu in quel preciso istante che Zhuang-zi prese il pennello e, immersolo nell’inchiostro, con un gesto, un unico gesto della mano, disegnò un granchio. Il granchio più bello e perfetto che si fosse mai visto.

Il cammino verso la perfezione è lungo, lastricato di attesa e di tante, piccole ma vitali imperfezioni. Il racconto di Zhuang-zi, riportato dall’omonimo testo cinese risalente al IV secolo a. C., ce lo insegna: la grazia di un gesto e il suo esito perfetto sono frutto di anni e di mille e ancor più mille imperfezioni. Nessuno sa quante volte ha sbagliato Zhuang-zi. Nessuno capirebbe la bellezza del suo gesto e saprebbe apprezzare davvero la perfezione del suo disegno se non capisse che dietro quella grazia e quella perfezione c’è un lungo esercizio. E innumerevoli sbagli.
La perfezione si predica del risultato. Solo il risultato – il granchio di Zhuang-zi – è perfetto. Ma dell’agire possiamo dire soltanto che la sua virtù risiede nella sua imperfezione. Quante volte ci siamo sentiti dire che “sbagliando si impara?”. L’imperfetto è il verbo dell’esperienza: solo cadendo si apprende a restare in piedi.
Per questo, più o meno negli stessi anni in cui veniva composto il racconto sul granchio di Zhuang-zi, in un’altra parte del mondo, Atene, Aristotele invitava i suoi contemporanei a distinguere sempre tra le forme del fare. Confondere queste forme non solo è fuorviante, ma pericoloso: trasformerebbe il mezzo in fine e viceversa.

C’è un fare, spiegava il filosofo, che ha in sé il proprio fine e lo chiamava praxis. C’è, poi, un fare che non ha in sé il proprio fine. Aristotele lo chiamava poiesis. Il fare inteso come praxis è un movimento perfetto, circolare: fine a se stesso. Il fare come poiesis è imperfetto: non basta a sé. Tra le due forme, quella propriamente a disposizione dell’uomo è la seconda: l’imperfezione.
Se bastassimo a noi e se il nostro fare fosse già in sé perfetto non saremmo davanti al gesto di Zhuang-zi. Un gesto che solo grazie alle sue imperfezioni e alle estenuanti, ma fruttuose attese a cui piega il suo imperatore riesce a tempo debito a concretizzarsi in quel disegno «perfetto e bellissimo». Saremmo davanti a qualcuno che, al pari di Sisifo, che tra i personaggi della mitologia greca è fa quelli a noi più prossimi e contemporanei, a causa della sua arroganza e della sua autoreferenziale pretesa di perfezione fu costretto da Zeus a compiere per l’eternità l’azione «perfetta»: spingere un masso fino sopra la cima di un monte, per poi vederlo rotolar giù appena raggiunta la cima e, da lì, ricominciare ancora e ancora e ancora la salita.

L’imperfezione è la nostra opportunità. La nostra strada nel mondo.

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