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L’economia della speranza

Di Domenico Cravero, sociologo e psicoterapeuta, parroco a Poirino (To)


In tempi difficili, la speranza è la risorsa più preziosa perché è un bene raro. Avere speranza significa infatti intravedere quello che non c’è ancora. Non è però fantasticheria, che si accomoda ai bordi della storia e aspetta che le cose capitino. La speranza, invece, è attiva e dinamica. È il desiderio che diventa reale attraverso l’azione. La speranza efficace, infatti, richiede organizzazione: si deve sapere che c’è una possibilità, che si può immaginare un’alternativa, che esiste un futuro.

È possibile costruire sulla speranza un’economia reale e sostenibile.

Riflettendo su una lunga esperienza di imprese sociali (avviate fin dal 1983) ho provato a riassumere in un volume “Economia della Speranza” (Ecra 2019) gli elementi essenziali di questo modo di fare impresa.

L’economia della speranza si propone di restituire all’economia il suo fine originario: la massimizzazione del bene comune. Ritiene che una saggia e competente gestione d’impresa contribuisca alla crescita locale della partecipazione democratica. Osserva che se il motore dell’economia è il profitto, si lavora con maggiore profitto quando si vive l’esperienza di far parte di una comunità. Considera quindi come valori di orientamento e come fattori premianti la giustizia, la democraticità, la cooperazione e la sostenibilità.

L’economia della speranza pensa il mercato come luogo di incontri interpersonali e come rete d’imprese sostenibili e non solo di scambi commerciali. Così inteso, il mercato favorisce una società più fraterna che cerca di prestare un’attenzione privilegiata a chi dispone di minori capacità o vive in condizioni sociali meno favorevoli. Il Profitto non è più lo scopo prioritario dell’attività imprenditoriale. Lo è il bene comune.

L’impresa di speranza si adopera con responsabilità, quindi, per mettere la persona al centro, per valorizzare il lavoro come attività umana, per anticipare i bisogni dei clienti e del mercato, per trasmettere adeguati valori, favorire le relazioni, produrre un impatto “buono” sul territorio, sulla società, nel mondo.

Per essere efficace la speranza deve avere potenza (pathos) deve essere cioè performativa. Ho così suddiviso in quattro tappe la metodologia della speranza: immaginare, inventare, conoscere, agire.

  1. Immaginare. Per essere generativi occorre immaginare un percorso non ancora esplorato; è necessario misurare ciò che conta davvero anticipando il nuovo che sarà. Saper immaginare il futuro (o almeno saperlo intuire o prevedere) consente alle Imprese di anticipare i nuovi bisogni dei clienti, del mercato e della società, e di indirizzare la propria produzione su terreni più giusti, più equi, più sostenibili.
    Pensiamo che gli Imprenditori di Speranza siano quelli capaci di notare prima di altri un bisogno insoddisfatto o non ancora espresso, trasformando i problemi in possibilità di bene comune. Innovare è avere occhi capaci di vedere opportunità di mutuo vantaggio e di crescita.
  2. Inventare. Non ogni immaginazione però è anticipatrice di speranza ma solo quella che inventa una nuova realtà. Le imprese e le persone, capaci di riaggiustare le speranze originali e di non mollare le aspettative sono più innovative e feconde. Chi è capace di cambiare, conservando le motivazioni originali, è più motivato al lavoro. La speranza, come metodo, considera effetti già implicati nella realtà, ma non ancora realizzati. Ha a che fare con la lotta, con il limite e l’ostacolo. L’invenzione scaturisce dall’immaginazione ma poi la supera e diventa esperienza autonoma, raccordandosi all’ambiente che la assume e la organizza.
  3. Conoscere. Non ogni invenzione avvia un processo di azione. Solo quelle che scaturiscono dal duro lavoro della conoscenza e, a loro volta, lo amplificano e lo continuano. S’inventa conoscendo, si conosce mentre s’inventa. La domanda che l’imprenditore creativo sempre si propone, è “Che cosa posso sperare?” è indisgiungibile dall’altra: “Che cosa posso conoscere?”. Nella società complessa si partecipa solo se si conosce. La conduzione di un’impresa sociale esige competenza e conoscenza.
  4. Agire. Si conosce davvero solo ciò che si fa. L’agire completa il processo e ne trasmette il senso. L’azione è il termine del processo dell’economia della speranza.

Imprenditore sociale è chi sa sperare in un domani migliore dell’oggi e agisce in quella direzione. La speranza è realista, non si pone obiettivi di pura fantasia, non ama le utopie. Vive in un costante conflitto: ha bisogno di essere realistica e acquisibile, ma il suo immaginario supera la realtà.

Per un’economia bella

Il Lavoro come “attività umana” può rendere più bella la Terra e nell’economia bella i prodotti sono anzitutto storie di qualità umana. Si vendono esperienze, significati e non solo merci. Nascono così luoghi in cui le persone fioriscono, dove il piacere di vivere entra nel lavoro quotidiano. E quando si è capaci di lavori “ben fatti”, l’economia si consolida e si sviluppa.

L’Impresa di Speranza sa bene che ogni persona aspira non solo a lavorare, ma a operare a un certo livello di responsabilità e di creatività. Si attiva per soddisfare questo desiderio perché è consapevole che le persone più gratificate sono anche quelle più produttive. Si assume così l’impegno etico di sostenere il lavoratore nella ricerca della propria vocazione lavorativa e professionale.

La legge della vita è la biodiversità, la fecondità come espressione della varietà e della contaminazione. E’ la diversità (delle capacità, delle abilità e dei contributi) che rende generative le persone ed è la generatività a fornire la più profonda motivazione personale.

Il lavoro intriso di senso spirituale si è rivelato, nella storia, più efficace ed innovativo. Chi acquista un prodotto “di speranza” cerca uno “stile di vita” basato sugli stessi valori.

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