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Inclusione lavorativa dei rifugiati

Intervista con Federica Ferrini, Responsabile del Personale Leroy Merlin Roma Tiburtina


La Rappresentanza per l’Italia, la Santa Sede e San Marino dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha conferito a Leroy Merlin Italia il logo Welcome. Working for refugee integration: è un prestigioso riconoscimento che va alle aziende più impegnate nella promozione di interventi specifici per l’inserimento lavorativo dei rifugiati. Leroy Merlin Italia ha meritato questo premio per il progetto di inclusione lavorativa di persone rifugiate oggi attivo su tutti i Negozi sulla piazza romana. A farlo partire nel 2018 è stato il Negozio di Roma Tiburtina, come ci racconta Federica Ferrini, Responsabile del Personale del Negozio.

Com’è nato il progetto?

Il progetto parte da lontano. Quando sono arrivata in questo Negozio circa quattro anni fa ho trovato una realtà molto attenta e impegnata sui temi sociali. Era in corso un progetto con un centro di accoglienza Caritas per i minori, che vedeva il coinvolgimento sia dei Collaboratori, sia del Comitato di Direzione del Negozio. Da lì si è avviato un dialogo con Caritas Roma che ha portato a stringere un patto di collaborazione su un programma di sostegno sociale su base continuativa, che ci ha permesso di entrare in contatto con una vasta rete di associazioni che già lavorano insieme a Caritas, come pure a Roma Capitale e a Regione Lazio. Sono stati in seguito avviati l’Emporio Fai da Noi e l’Orto Fai da Noi. E nel corso del 2017 abbiamo iniziato a porre le basi del progetto, che poi si è strutturato l’anno successivo.

In cosa consiste il progetto?

Si tratta di percorsi di tirocinio nei nostri Negozi per persone che hanno difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro, perlopiù appunto rifugiati, spesso con alle spalle vissuti pesanti, di grande sofferenza e solitudine. L’obiettivo ultimo è soprattutto ridare alle persone la loro dignità, attraverso l’opportunità di lavoro. Siamo partiti dal nostro Negozio, quasi in sordina, e poi abbiamo attivato e strutturato il progetto su tutti i Negozi della piazza di Roma: lo scorso anno abbiamo avuto complessivamente 34 tirocinanti assunti, ma il numero delle candidature era più che doppio. Il progetto naturalmente prosegue, abbiamo sempre tirocinanti che arrivano e stiamo anche valutando se e come espanderlo ulteriormente. Ormai l’iniziativa ha notevole visibilità e capita che siano gli stessi SPRAR (i centri del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) a contattarci quando sono alla ricerca di realtà aziendali importanti e attente al tema della diversità e inclusione.

Poi è anche arrivato il prestigioso riconoscimento delle Nazioni Unite…

Sono venuti a conoscerci di persona i rappresentanti delle Nazioni Unite. Il logo che ci hanno conferito ha un valore internazionale e l’azienda può fregiarsene per un anno. La cerimonia ufficiale di premiazione avverrà a novembre, purtroppo sarà un evento da remoto e non in presenza per via dell’emergenza sanitaria. Oltre al premio delle Nazioni Unite, un altro tipo di riconoscimento è stato l’avvio di un progetto di portata nazionale con Adecco, con cui oggi stiamo lavorando sulla mappatura delle competenze strategiche per aiutare i rifugiati. Su come la diversità, in tutti i sensi, si può scoprire e far risaltare. Facendone un’occasione di innovazione e di sviluppo, quindi con ricadute anche economiche. Ci rende orgogliosi anche il fatto che oggi siamo in contatto con una rete sociale di riferimento veramente estesa e importante, che oltre a portarci ulteriore visibilità ci offre anche tante opportunità di sperimentare, di essere prossimi alla comunità in cui siamo inseriti attraverso percorsi e modalità nuovi.

Che “impatto” ha generato il progetto sul Negozio?

All’inizio c’è stata anche un po’ di diffidenza, comprensibile: è un po’ la classica paura del diverso, delle differenze culturali, anche per via delle difficoltà di piena comprensione della lingua, visti i tecnicismi che per forza di cose dobbiamo usare nel nostro lavoro. Alcuni tirocinanti ad esempio hanno avuto difficoltà, per motivi culturali, a riconoscere in Negozio la leadership di figure femminili: l’integrazione in quei casi è stata una sfida per entrambe le parti, ma ciascuna ha trovato le modalità per intendersi e lavorare insieme. Del resto creare il contesto giusto, identificare il giusto tutore, la giusta squadra, le giuste mansioni, è la parte più difficile del progetto e quella che più incide sul suo successo. Alla fine, per dire, c’è chi li ha invitati addirittura a pranzo per Natale per scambiarsi i regali. Ha prevalso, insomma, il riconoscimento della persona, a prescindere dalla sua lingua, dalla provenienza, da quello che faceva prima. Oggi possiamo dire che questi ragazzi non solo sono parte integrante dei nostri Negozi, ma ne rappresentano un punto di forza.

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