Capitale sociale

Impatto sociale come scelta identitaria: intervista a Viviana de Luca, co-fondatrice e Ceo di Goodpoint S.b.

Per le Società benefit come (RI)GENERIAMO, sostenuta da Leroy Merlin, questo è il periodo in cui si danno gli ultimi ritocchi alla Relazione annuale d’impatto. Un momento importante di valutazione, quindi, e di rilancio verso nuovi obiettivi. Ne abbiamo parlato con Viviana de Luca, co-fondatrice e Ceo di Goodpoint Società benefit e B Corp.

Qual è la storia di Goodpoint?

Goodpoint è nata undici anni fa e allora le Società benefit (S.b.) non esistevano ancora in Italia. Mentre Le B Corp erano già presenti all’estero ma non ancora da noi. Per cui siamo nati come una normale Srl, ma avere come unica finalità lo scopo di lucro come da Codice civile non faceva per noi, che consideriamo il profitto non un fine ma un mezzo. Per cui abbiamo creato dei patti para-sociali con i quali già orientavamo la nostra attività verso finalità ulteriori: ad esempio abbiamo previsto fin da subito di non distribuire utili. In questo modo esprimevamo un’esigenza che era anche di altre imprese ed evidenziavamo una sorta di carenza normativa. Quando poi c’è stata la possibilità di diventare S.b. lo abbiamo fatto subito, modificando il nostro Statuto. Non si tratta solo di un atto formale, ma ha a che fare con l’identità profonda dell’impresa.

Come si può definire l’impatto sociale che ricercate?

Le S.b. hanno margini di libertà piuttosto ampi nell’interpretare la tipologia di impatto sociale che intendono conseguire. Lo prevede la normativa, volutamente inclusiva, e ritengo sia un suo punto di forza. Noi abbiamo scelto di interpretare il raggiungimento di un beneficio comune come un qualcosa non di accessorio, bensì di intrinseco alla nostra attività d’impresa quotidiana. In senso generale lo abbiamo definito come il contributo che intendiamo offrire allo sviluppo di una comunità più responsabile. Nello specifico, lo abbiamo declinato in tre finalità puntuali. La prima riguarda i servizi di consulenza che offriamo, il cui obiettivo è aiutare le organizzazioni nostre clienti, profit e non profit, a comprendere, far emergere e sviluppare al meglio il proprio ruolo sociale. La seconda finalità è relativa alle persone che lavorano in Goodpoint, a cui cerchiamo di offrire rapporti di lavoro che a noi piace chiamare di qualità, nei quali possano trovare un’occasione di realizzazione personale oltre che professionale. La terza, infine, attiene al valore economico che creiamo attraverso la nostra attività, un valore economico che deve essere sostenibile per tutte le parti coinvolte.

Goodpoint è anche B Corp. Quando avete ottenuto la certificazione?

Il processo per ottenere la certificazione B Corp è avvenuto, casualmente, prima della trasformazione in S.b., in un momento in cui le B Corp in Italia erano quasi tutte società di dimensioni abbastanza piccole, molte start-up. Siamo state fra le prime 50 B Corp in Italia, siamo al terzo rinnovo della certificazione e posso dire con soddisfazione che secondo il modello di valutazione delle B Corp abbiamo il quarto punteggio più alto in Europa, il che ci ha fatto anche ottenere varie volte il riconoscimento come una delle B Corp “Best for the world”. Siamo inoltre accreditati per accompagnare altre imprese nel percorso di certificazione B Corp.

Quali somiglianze e differenze avvertite tra essere Società benefit ed essere una B Corp?

La certificazione B Corp è importante perché è una valutazione di un soggetto terzo, ti dà un riscontro di quello che fai rispetto a uno standard internazionale applicabile a qualunque azienda nel mondo e ti permette di individuare quali sono gli spazi di miglioramento. Tuttavia, proprio perché è uno standard, non riesce a premiare tutti gli sforzi, le azioni, i risultati di un’azienda riguardo alle sue specifiche finalità di beneficio comune. Per cui se oggi potessi scegliere farei prima la trasformazione in S.b. e poi la certificazione B Corp. Perché essere S.b. è una cosa che sento più vicina e aderente alla scelta identitaria profonda che abbiamo fatto come azienda: tocca le scelte strategiche che solo l’impresa può definire, orienta il suo modello di business, definisce le sue specifiche finalità. È una scelta tua, insomma, che tu realizzi e di cui tu sei responsabile, anche davanti alla legge ma prima di tutto davanti ai tuoi dipendenti e a tutti i tuoi stakeholder. È una scelta anche molto personale, bella, espressiva, perché ti offre la possibilità di mettere a fuoco il contributo che vuoi dare come azienda. L’importante è essere consapevoli che S.b. e B Corp sono due cose diverse, due strumenti, ciascuno dei quali offre delle opportunità interessanti.

La ricerca dell’impatto sociale come scelta identitaria ha un “impatto” sul modo in cui gli stakeholder vi guardano e si relazionano con voi?

Sì, la nostra percezione è senza dubbio che l’essere S.b. e B Corp ha un effetto molto positivo. Anche perché facciamo lo sforzo di tradurlo ogni giorno in aspetti estremamente concreti. I collaboratori, ad esempio, vedono lo stile quotidiano che abbiamo in Goodpoint, la flessibilità, il venirsi incontro, il dare il giusto riconoscimento alle persone, le opportunità di formazione che offriamo e la possibilità per ognuno di portare il proprio contributo nei progetti aziendali. E alla fine vediamo che tutto questo viene apprezzato, perché la soddisfazione che esprimono è elevata. Ma anche le valutazioni di clienti, fornitori e soci, che abbiamo interrogato in questo periodo in vista della relazione annuale d’impatto, sono estremamente positive. Credo che ad essere apprezzato sia soprattutto il nostro sforzo di essere coerenti: certe cose, cioè, non le “predichiamo” soltanto, cerchiamo di viverle ogni giorno. Sapendo che si può sempre fare meglio.

Come vede il futuro delle S.b. e delle B Corp?

Oggi assistiamo a una crescita significativa nei numeri delle S.b. in Italia e nell’interesse attorno alle B Corp. La cosa più interessante a mio avviso è che tante start-up, fra cui molte Pmi innovative, si costituiscono fin dall’inizio come S.b., anche grazie alla maggiore sensibilità dei giovani imprenditori verso un modo nuovo e più responsabile di fare impresa. Quanto alle B Corp, ci sono vari elementi da registrare. Intanto oggi a ottenere la certificazione sono anche grandi aziende, filiali di multinazionali, il che può aprire a opportunità ma anche a rischi, per cui è normale essere un po’ in allerta. Poi a livello internazionale il movimento B Corp sta iniziando a imporre degli standard minimi alle aziende che intendono certificarsi, il che potrebbe favorire le grandi realtà, più strutturate e abituate a lavorare su dati e processi, a discapito delle piccole, anche perché lo standard B Corp è di matrice anglosassone, è piuttosto formale e quantitativo. È un momento di transizione, insomma, i prossimi due-tre anni suppongo saranno sfidanti e determinanti. La cosa più positiva a mio avviso riguardo a entrambi i modelli, S.b. e B Corp, è che sono applicabili a qualunque tipo di business, a qualunque prodotto o servizio, non solo alle aziende che nascono, come dire, “impact inside”, cioè con la missione dichiarata di produrre un impatto sociale positivo. Credo che considerati insieme rappresentino un vero e proprio salto culturale rispetto alla CSR o alla sostenibilità tradizionalmente intese: non si tratta più, cioè, di gestire meglio alcune dimensioni della propria attività, si tratta di fare della ricerca dell’impatto sociale la propria identità.