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Conoscere e meravigliarsi, conoscere è meravigliarsi

Di Paolo Santori Qual è il principio della conoscenza? Platone ed Aristotele non avevano dubbi. Ciò che dà origine alla conoscenza è la meraviglia in atto, cioè il meravigliarsi (thaumazein). La filosofia, madre e figlia della conoscenza, nasce dalla meraviglia ed è Socrate in uno splendido dialogo platonico (Teeteto) a ribadire “è proprio del filosofo, questo che tu provi, di essere pieno di meraviglia”. È bello e significativo il riferimento alla meraviglia che è sempre qualcosa di inatteso, improvviso, inaspettato. Lo stupore suscitato dalla meraviglia non può esser previsto, anticipato, o non sarebbe tale. La conoscenza sembra invece avere a che fare con ciò che è prevedibile, stabile, raggiungibile con metodico impegno e costante dedizione.  È in questa dialettica senza sintesi, nella tensione incessante tra i due poli opposti, nella ‘opposizione polare’ tra meravigliarsi e conoscere, per usare la felice espressione di Romano Guardini, che vive l’esperienza umana della conoscenza. Il punto di contatto, dove la tensione emerge in tutta la sua potenza e indecidibilità, è la domanda. La meraviglia suscita una domanda ma è …

Immaginare

Di Fabrizio Delfini, Urbanista È nelle città che oggi riusciamo a capire meglio la parola “immaginazione”. Nelle città che cambiano e si trasformano. A Milano, come in diverse città americane ed europee, il cambiamento nasce da piccoli esperimenti nello spazio pubblico, nelle piazze e nelle vie di periferia. Le città sono piene di spazi vuoti – brutti o belli poco importa – che rimangono vuoti e senza vita perché non rispondono alle esigenze delle persone, di chi vi risiede o semplicemente li attraversa, perché non invitano ad alcun tipo di uso o comportamento. Spazi che nessuno immagina in altro modo (l’amministratore pubblico) e che non lasciano alcuna immaginazione (agli abitanti). Passare dall’immaginazione al progetto – magari in maniera partecipata – e dal progetto all’esecuzione di un intervento di re-design urbano costa molto in termini di tempo, di risorse tecniche e finanziarie, e naturalmente, in termini di consenso. Nell’era della comunicazione e della condivisione è proprio quest’ultimo aspetto, forse, a rendere il pensiero trasformativo della città molto delicato: il consenso è strettamente connesso alla percezione positiva …

L’economia della speranza

Di Domenico Cravero, sociologo e psicoterapeuta, parroco a Poirino (To) In tempi difficili, la speranza è la risorsa più preziosa perché è un bene raro. Avere speranza significa infatti intravedere quello che non c’è ancora. Non è però fantasticheria, che si accomoda ai bordi della storia e aspetta che le cose capitino. La speranza, invece, è attiva e dinamica. È il desiderio che diventa reale attraverso l’azione. La speranza efficace, infatti, richiede organizzazione: si deve sapere che c’è una possibilità, che si può immaginare un’alternativa, che esiste un futuro. È possibile costruire sulla speranza un’economia reale e sostenibile. Riflettendo su una lunga esperienza di imprese sociali (avviate fin dal 1983) ho provato a riassumere in un volume “Economia della Speranza” (Ecra 2019) gli elementi essenziali di questo modo di fare impresa. L’economia della speranza si propone di restituire all’economia il suo fine originario: la massimizzazione del bene comune. Ritiene che una saggia e competente gestione d’impresa contribuisca alla crescita locale della partecipazione democratica. Osserva che se il motore dell’economia è il profitto, si lavora con …

Imperfezione

Di Marco Dotti, giornalista, Università di Pavia Tra le molte virtù di Zhuang-zi c’era l’abilità nel disegno. Un giorno l’imperatore chiese a Zhuang-zi di disegnargli un granchio, simbolo di prosperità e fortuna. Zhuang-zi rispose che aveva bisogno di cinque anni. Tanto era il tempo che gli serviva per realizzare il disegno. Passarono cinque anni e l’imperatore si presentò da Zhuang-zi ma, con grande sorpresa sua e di tutti, questi non aveva ancora terminato. «Mi servono altri cinque anni», disse allora Zhuang-zi. L’imperatore, seppur attonito e incredulo, glieli accordò. Passarono altri cinque anni e, allo scadere dell’ultimo minuto dell’ultima ora dell’ultimo giorno l’imperatore si presentò nuovamente da Zhuang-zi. Fu in quel preciso istante che Zhuang-zi prese il pennello e, immersolo nell’inchiostro, con un gesto, un unico gesto della mano, disegnò un granchio. Il granchio più bello e perfetto che si fosse mai visto. Il cammino verso la perfezione è lungo, lastricato di attesa e di tante, piccole ma vitali imperfezioni. Il racconto di Zhuang-zi, riportato dall’omonimo testo cinese risalente al IV secolo a. C., ce lo …

“Non stiamo vivendo un periodo di guerra ma un tempo di solidarietà e vicinanza…”

Di Natale Brescianini, Osb Cam, Monaco, Formatore, Coach ACC ICF La metafora della guerra è stata una di quelle più utilizzate per cercare di descrivere il periodo dovuto all’emergenza sanitaria. Non so perché ma il mondo militare e della guerra hanno sempre un fascino particolare sull’essere umano; addirittura anche a livello spirituale nel passato si insegnava nel contesto cattolico che una volta ricevuto il sacramento della Cresima si diventava “soldati di Cristo”! L’economia di mercato stessa è stata concepita da una certa cultura di matrice anglosassone utilizzando la metafora militare (colpire il target, conquistare fette di mercato – cfr. Risiko, tattica, strategia, ecc…) Inoltre per noi europei è stato molto facile tornare con la memoria alla Seconda Guerra Mondiale, probabilmente l’ultima grande difficoltà che abbiamo dovuto affrontare a livello generale. Il rischio di usare concetti bellici in economia, nella spiritualità e nella vita in generale è quello di entrare in una logica di vita o di morte, dell’altro come nemico, di situazioni dove non c’è spazio per i sentimenti, la pietà se non verso solo coloro …

Un abbraccio collettivo

Di Maria Gaglione, staff dell’Economy of Francesco La storia insegna che dalle grandi crisi possono fiorire scoperte rivoluzionarie. Si può rafforzare l’intelligenza collettiva. Recuperare parole dimenticate e riscoprire la vocazione del lavoro. Tamponi per i test, respiratori polmonari, mascherine, camere sterilizzanti. Oggi sono queste alcune priorità che hanno portato molte aziende alla conversione della loro usuale produzione per adattarsi alla situazione e per non licenziare i propri dipendenti. Ma anche per riuscire a trovare il modo di contribuire a superare il momento di crisi. Accanto alle grandi imprese e brand internazionali, molte spinte solidali e innovative sono partire dal basso, dalle piccole imprese e dal mondo delle startup che con tempismo e grande creatività stanno dando una mano preziosa nella battaglia contro il Coronavirus. Sono storie di responsabilità e attenzione, molto spesso di mutuo sostegno e cooperazione fra imprenditori, cittadini e istituzioni. Albertus è un ingegnere indonesiano. La sua impresa si occupa della progettazione di droni per l’utilizzo sostenibile delle risorse agricole e ridurre l’abbattimento delle foreste. Da qualche mese, la sua impresa fornisce camere di …

Cercherei di fare particolarmente bene quanto sto facendo ora

Di Patrizia Cappelletti, Archivio della Generatività Sociale In un testo di Romano Guardini, uno tra i più significativi filosofi e teologi del Novecento, ho ritrovato qualche giorno fa un piccolo ma interessante aneddoto. Interrogato su cosa avrebbe fatto se avesse saputo di morire un’ora dopo, il cardinale Carlo Borromeo rispose: “Cercherei di fare particolarmente bene quanto sto facendo ora”. Sono stata molto colpita da questo invito, che arriva in un momento di grande disorientamento collettivo legato alla tempesta del Covid-19. E per due ragioni. La prima è che queste parole mi interrogano personalmente nel portare l’attenzione (in questi giorni “sospesi” mi risulta difficile dedicarmi a lungo a qualcosa) su “cosa sto facendo ora”. Il quadro proposto è chiaro nella sua drammaticità e suona oggi particolarmente attuale: resta poco tempo e occorre confrontarci con la fine. E cosa fa Carlo Borromeo? Invece di cercare di sfuggire alla sorte o pretendere di esaudire l’ultimo desiderio come accade nei film al condannato di turno, la scelta – che diventa un invito rivolto anche a noi – privilegia il “restare …

Città e comunità sostenibili

Di Fiore de Lettera, direttore di Cityproject Le città o diventano arcipelaghi di villaggi oppure non sono abitabili. Dopo decenni in cui si è esaltata la dismisura, le relazioni senza luogo e senza prossimità pare che le città – in particolare le metropoli europee – comincino a riscoprire la dimensione del “luogo”, come contesto in cui si attivano relazioni calde e contigue. La narrazione sulla città contemporanea è ricca di esperienze di partecipazione dal basso, di condivisione di tempi e di beni: gli orti urbani sono l’ultima moda a New York, come a Berlino, l’economia e la vita si organizzano in spazi di lavoro condivisi, dove sembra bello tutto quello che comincia con “co”, co-working, co-housing, co-marketing. Molte sono le pratiche di riappropriazione da parte dei cittadini di spazi abbandonati: un campo incolto trasformato in giardino, un’intera via che viene gestita dagli abitanti, esperimenti di housing sociale che provano a riportare la vita di vicinato e gli scambi di mutuo aiuto al centro del vivere urbano. Se è vero che si radicalizzano comportamenti individuali, chiusure …

Pace!

Di Luigino Bruni, professore di economia alla LUMSA di Roma L’economia ha sempre avuto anche un’anima di pace. Dai porti di Venezia dai quali partivano navi da guerra contro i turchi, arrivano navi di mercanti saraceni; e ancora oggi, mentre popoli sono in guerra, i mercanti di quegli stessi popoli cercano occasione di business gli uni con gli altri. I filosofi illuministi inventarono l’espressione ‘dolce commercio’ proprio per dire la chiamata alla pace che porta inscritta in sé il commercio, ed erano convinti (ingenuamente) che l’avanzare dei commerci nel mondo avrebbe ridotto o eliminato le guerre. Anche Antonio Genovesi, padre dell’economia civile moderna, ha trattato il tema della pace. Una lettura dello sviluppo delle sue idee su pace ed economia nel corso della sua opera, dagli anni cinquanta del XVIII secolo fino alla fine degli anni sessanta, mostra un crescente sguardo critico di Genovesi nei confronti della dimensione pacifica del commercio. In una delle ultimissime opere economiche, il commento all’Esprit des lois di Montesquieu, spiegando quella sua famosa pagina ‘sullo spirito del commercio’ («L’effetto naturale …