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(RI)GENERIAMO: case, luoghi, prodotti, energie, tempi, persone, economie

ri-generiamo_lmi_coverRIgeneriamo è l’idea di fondo che sta guidando Leroy Merlin, che persegue l’obiettivo di creare relazioni tra le persone dove il negozio è il punto di raccordo capace di attivare con la partecipazione dei cittadini dei processi appunto di rigenerazione del territorio e di sostegno per i più bisognosi. Dal “fai da te” al “Fai da noi”, da “fare per sè” al “fare insieme”, rappresentano una dimensione collettiva che si può raggiungere solo attivando processi di scambio e di dono all’interno delle comunità. L’elenco dei progetti messi in campo da Leroy Merlin è cospicuo: dal Bricolage del Cuore al Cantiere fai da Noi;  dagli Empori fai da Noi alle Officina fai da noi fino ad Amico Eco e la Casa ideale – Bricolage civico. Complessivamente si calcola che nel 2017 tutte queste attività abbiano generato un BES, un Benessere equo e sostenibile, ossia un beneficio per le comunità dove Leroy Merlin opera pari a quasi 93 milioni di euro.
Leroy Merlin come insieme di persone che animano e rendono l’azienda viva crede fermamente nella possibilità di creare un beneficio equo sostenibile che rinnovi e arricchisca i capitali economico, ambientale, sociale e umano delle singole comunità. Sono numerose le iniziative che vedono l’azienda multispecialista in campo dove Leroy Merlin si preoccupa di organizzare corsi di formazione, fornisce materiali, supporto e collaborazione tutto gratuitamente.


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Pace e Benessere (SDG 16)

Sustainable Development Goals 16 Pace, giustizia e istituzioni solideIntervista a Fabrizio Leopardi, Direttore Risorse Umane Leroy Merlin Italia


Parlare soprattutto di pace ma anche di benessere significa portare il discorso sui massimi sistemi. Trattandosi però di temi centrali degli Obiettivi di Sviluppo sostenibile (SDGs) definiti dalle Nazioni Unite, in particolare del Global Goal 16, per un’azienda impegnata nella sostenibilità è necessario trovare il percorso e gli strumenti per calare tali temi nella quotidianità. Delle difficoltà oltre che del senso di questa sfida ci parla Fabrizio Leopardi, Direttore Risorse Umane Leroy Merlin Italia.

Come si fa a parlare di pace e benessere in azienda?

Ovviamente è complicato, per queste come per altre dimensioni della sostenibilità. E più le organizzazioni e in questo caso le aziende sono grandi, più aumentano le variabili da gestire e quindi la complessità. Faccio un esempio su un tema che in un Paese come l’Italia è normato giustamente in modo stringente: il lavoro minorile. È pacifico pensare che nel nostro Paese questa possibilità non esista, ma quando si hanno oltre 600 fornitori di prodotti in assortimento, diventa molto complicato verificare effettivamente la loro capacità di essere assolutamente in linea su un aspetto come questo. Per farlo si inseriscono dei vincoli, come quelli del nostro Codice etico, rivisto e aggiornato l’anno scorso, che i fornitori sono tenuti a rispettare. Credo però che obiettivo di un’impresa, pensando alla sostenibilità, debba sempre meno essere quello di evitare o minimizzare l’impatto potenzialmente negativo che può avere sulla collettività e sempre più, invece, quello di costruire al suo interno qualcosa di virtuoso, cioè capace di produrre un impatto sociale e ambientale positivo. Tutte le aziende si stanno muovendo in questo senso, specie ora che determinati fenomeni ed eventi, dal cosiddetto “effetto Greta” agli incendi in Australia, hanno provocato un’accelerazione, una crescita della pressione sulle aziende in termini di spinta alla massima concretezza sui temi di sostenibilità. Si tratta perciò di trovare una coerenza fra le diverse leve e azioni a disposizione, da quelle relative alla qualità dei prodotti a quelle che riguardano il presidio della catena di fornitura, alla qualità del lavoro. È in questo contesto che si deve guardare a temi come pace e benessere in azienda, che ne impattano fortemente molti altri. Perché è difficile pensare di poter avere un impatto positivo sulla collettività, cioè all’esterno, se non si cura la pace e il benessere all’interno, cioè fra chi lavora in azienda.

Pace e benessere all’interno sono dunque presupposti, o pre-condizioni, di un impegno serio ed efficace sulla sostenibilità?

In un certo senso sì, ma non bisogna fare confusione. Ad esempio: se dico pace, in termini di assenza o riduzione di conflittualità, non intendo il quieto vivere. Perché noi tutti, come persone e come organizzazioni, siamo esposti alla competizione e dobbiamo tenerne conto. Si tratta allora di lavorare alla costruzione e al mantenimento delle condizioni che permettono a un sistema complesso, quale una grande azienda, di creare un clima di collaborazione, di partecipazione, di agevolare il gioco di squadra. Solo così è possibile creare valore, tanto valore economico quanto valore etico. E solo così posso chiedere al mio cliente di pagare magari un prezzo un po’ più elevato perché corrisponde a qualcosa che ha valore non solo per lui ma per il mondo. Mettere in condizione le persone al proprio interno di percepire, ma anche di alimentare, un clima di pace e benessere in azienda, fa il bene loro, quello dell’azienda e della collettività. Un grado eccessivo di conflittualità e di malessere, invece, alla lunga distrugge un’organizzazione.

Con quali azioni o strumenti si può incidere su queste dimensioni?

All’interno della nostra politica di condivisione, ad esempio, prevediamo varie modalità di partecipazione dei collaboratori ai risultati dell’azienda, fra cui il premio di progresso, assegnato non solo ai manager ma a tutti i collaboratori di un Negozio. Un elemento che caratterizza questo meccanismo è l’animazione, cioè la trasparenza con cui vengono date periodicamente informazioni sull’andamento dell’azienda a tutti i collaboratori attraverso appunto i Gruppi di Progresso, formati da collaboratori eletti in ogni Negozio e nei servizi interni. Ora sono in corso le elezioni dei nuovi Gruppi di Progresso, che abbiamo deciso di chiamare Gruppi di Generazione di Valore, con un mandato di tre anni. Al loro interno abbiamo previsto due nuove figure: una dedicata all’animazione sullo sviluppo sostenibile e una alle azioni di benessere per i collaboratori. L’idea è accelerare la presa di consapevolezza dell’importanza di questi temi in azienda. Dando degli impulsi per far emergere dal basso le situazioni di criticità su cui mettere al lavoro le squadre. È un esempio di un’azione organizzativa, piccola se vogliamo, che mira a introdurre nel quotidiano, dando senso e direzione, i grandi principi e temi della sostenibilità. In generale, credo che per sviluppare concretezza in quest’ambito servano: una forte affermazione di volontà, su cui lavorare in termini strategici; la definizione di una serie di azioni coordinate, come quella cui accennavo, da calare nel quotidiano; e poi l’esemplarità, cioè dare l’esempio a tutti i livelli, e in particolare a livello di management, sul fatto che si ricerca una linea di coerenza. Personalmente, quando vado in Negozio indosso sempre scarpe antifortunistiche, sebbene non sia tenuto a farlo. Ma sento che è importante per dare un messaggio, che aiuta a rafforzare il lavoro di squadra.

In che modo si osserva e valuta l’efficacia di azioni come queste?

Occorre cercare i giusti indicatori, o Kpi (key performance indicators). Le direzioni in cui ci stiamo muovendo in questo senso sono tre: effettuiamo una survey annuale sul clima aziendale, a livello collettivo ma anche individuale attraverso l’Ascolto collaboratore; un’indagine di sentiment, ogni tre mesi, sul livello di soddisfazione dei collaboratori; e misuriamo lo stress lavoro correlato, che è un obbligo di legge ma allo stesso tempo ci offre informazioni preziosissime per individuare gli eventuali problemi, indagarne le cause, quindi definire e poi attuare azioni concrete per migliorare il benessere delle persone. Le metodologie di misurazione, in ambiti come questi, non possono che essere quali-quantitative. Un mix di elementi, cioè, dove l’uno dà senso e rafforza l’altro ed entrambi aiutano a raccontare la realtà.

Inverno

Di Riccardo Simonelli


“La vedi nel cielo quell’alta pressione,
la senti una strana stagione,
ma a notte la nebbia ti dice di un fiato,
che il dio dell’inverno è arrivato”.
Di F. Guccini

Come ogni anno sulle alture parmensi e piacentine la neve bacia dolcemente gli alberi e i pascoli. Li protegge dal gelido vento e li riscalda nelle notti tempestose. Il manto bianco ristora dalle fatiche vegetative, i colori si fanno lucenti, l’aria è più pura.

Il brulicare del bosco si quieta, passeggiare in questo candore scopre nuove visioni e riattiva emozioni perdute. È d’inverno che si ha tempo di riflettere è d’inverno che i semi degli alberi caduti d’estate si preparano a germogliare. La primavera è già nella tasca, basta saperla cercare.

L’uomo ha il dovere di intervenire e rispettare questa alternanza miracolosa, non può voltarsi da un’altra parte, il bosco richiede interventi, specie in inverno, per essere pronto a ripartire. I consorzi delle Comunalie Parmensi e dei Comunelli Piacentini praticano la Gestione Forestale Sostenibile secondo lo schema PEFC-Italia anche grazie al prezioso contributo di Leroy Merlin. Un bosco vivo è un bosco che respira, un bosco che respira è un bosco che assorbe!

Pace!

Di Luigino Bruni, professore di economia alla LUMSA di Roma


L’economia ha sempre avuto anche un’anima di pace. Dai porti di Venezia dai quali partivano navi da guerra contro i turchi, arrivano navi di mercanti saraceni; e ancora oggi, mentre popoli sono in guerra, i mercanti di quegli stessi popoli cercano occasione di business gli uni con gli altri. I filosofi illuministi inventarono l’espressione ‘dolce commercio’ proprio per dire la chiamata alla pace che porta inscritta in sé il commercio, ed erano convinti (ingenuamente) che l’avanzare dei commerci nel mondo avrebbe ridotto o eliminato le guerre.

Anche Antonio Genovesi, padre dell’economia civile moderna, ha trattato il tema della pace. Una lettura dello sviluppo delle sue idee su pace ed economia nel corso della sua opera, dagli anni cinquanta del XVIII secolo fino alla fine degli anni sessanta, mostra un crescente sguardo critico di Genovesi nei confronti della dimensione pacifica del commercio. In una delle ultimissime opere economiche, il commento all’Esprit des lois di Montesquieu, spiegando quella sua famosa pagina ‘sullo spirito del commercio’ («L’effetto naturale del commercio è il portare la pace»), Genovesi scrisse qualcosa che sembra andare effettivamente in una direzione diametralmente opposta a quanto da lui stesso affermato nella sua intera opera. In quella nota leggiamo: «Il gran fonte delle guerre è il commercio. Egli è geloso, e la gelosia arma gli Uomini. Le guerre de’ Cartaginesi, e de’ Romani, de’ Veneziani, de’ Genovesi, de’ Pisani, de’ Portoghesi, e degli Olandesi, de’ Francesi, e degli Inglesi ne sono testimoni. Se due nazioni trafficano insieme per reciproci bisogni, sono questi bisogni che si oppongono alla guerra, non già lo spirito del commercio». Occorre però, anche in questo caso, scavare sotto la superficie per capire il senso di questa frase, e leggere questa affermazione alla luce della sua visione generale dell’economia come ‘mutua assistenza’. L’economista salentino critica lo spirito del commercio se inteso nel senso mercantilista del termine (la concezione dominante fino all’Illuminismo), dove il commercio era profondamente legato allo spirito predatorio e di conquista degli Stati; un commercio inteso e vissuto quindi non come assistenza reciproca ma come ‘gioco a somma zero’. Genovesi e l’Economia civile lodavano, invece, il commercio tra persone e tra popoli quando si sviluppa sulla base dei diversi bisogni e della mutua assistenza, come emerge dalla frase: «trafficano assieme per reciproci bisogni». E nell’ultima edizione napoletana delle sue Lezioni (1769), aggiunge una nota molto significativa: «A molti è paruto stranissimo ch’io metta per spirito del commercio lo spirito di conquistare. Tant’è: molti leggono per non pensare. Dicano dunque: perché si traffica, se non per acquistare?». Il rapporto tra pace e commercio è dunque ambivalente. È luogo e strumento di pace, ma lo stesso spirito di commercio, ieri e oggi, produce guerre e conflitti.

Tutto questo era presente anche nella Bibbia, dove pace è parola complessa. Alla sua radice c’è un esplicito riferimento all’economia. Nell’ebraico biblico, ad esempio, la parola shalom significa pace, ma anche benessere, prosperità, bene. Se studiamo l’origine etimologica, ci accorgiamo che la parola rimanda ad equilibrio, al ristabilire un ordine spezzato, tanto che alcune varianti (shulam e meshulam) richiamano il pagare.  Pace e pagare hanno una radice comune. In latino, pagare viene da pacare, da fare pace, da pacificare, da ristabilire la quiete – la quietanza è l’atto che attesta che il creditore è stato pienamente soddisfatto. La pace incorpora allora una idea di giustizia come riparazione, come restituzione ed estinzione del debito e del suo squilibro. Nel mondo antico non ci può essere shalom finché una delle due parti sente uno squilibro a proprio svantaggio. Ecco perché i contratti, le estinzioni dei debiti, si siglano con una stretta di mano di pace.

Noi uomini e donne abbiamo un bisogno invincibile di simmetrie, di pene che ricreino l’ordine spezzato. Ne abbiamo bisogno noi, ma questo nostro bisogno ha prodotto teologie e religioni che hanno così costretto Dio a diventare meno umano delle donne e uomini migliori.

Ma la stessa Bibbia che ci ha parlato di uno slalom legato agli equilibri e alla logica simmetrica dell’economia, troviamo altre parole, quelle dei profeti, che sulla pace ci dicono altre cose. Tra le pagine più celebri abbiamo quelle di Isaia.

Come un arcobaleno nel cielo ancora buio, ci imbattiamo nel capitolo secondo del suo libro, in un gioiello luminosissimo della letteratura umana: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci. Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra» (Isaia 2,4). E qui dovremmo solo tacere, o, per chi sa ancora farlo, pregare. Isaia viveva in un mondo dove gli utensili di lavoro erano trasformati in armi da guerra («Con le vostre zappe fatevi spade e lance con le vostre falci»: Gioele 4,10). Ma un giorno ‘vide’ nella sua anima qualcos’altro, e lo scrisse. Scrisse ciò che non vedeva attorno ma solo dentro di sé, e lo fece perché noi oggi potessimo rileggerlo, dentro le nostre spade, droni, missili, dentro i nostri esercizi sempre più tecnologici e disumani ‘nell’arte della guerra’.

Ventisette secoli fa, quell’uomo antico vide qualcosa che non c’era ancora, forse perché possiamo diventare anche noi quello che ancora non siamo. Splendida allora è stata l’ispirazione di chi ha voluto porre queste parole stupende di Isaia nel muro di fronte al palazzo dell’ONU a New York. Le parole dei profeti sono grandi perché in-finite, perché incompiute.

 

Alla ricerca dell’impatto sociale

Intervista a Roberto Randazzo, partner dello studio R&P Legal e presidente di Esela


La ricerca dell’impatto sociale pare ormai quasi un imperativo, per la singola  impresa e per il modello di sviluppo in generale. Ma a che punto siamo nella transizione verso un’economia che si possa complessivamente definire a impatto? Ne parliamo con Roberto Randazzo (partner dello studio R&P Legal), presidente di Esela, il network internazionale dei giuristi per l’impatto sociale.

L’impatto sociale si sta imponendo come nuovo paradigma?

In Italia come nel resto del mondo, è ormai conclamato che siamo di fronte a un cambiamento epocale. Il puro sistema capitalistico si è dimostrato non adeguato a garantire uno sviluppo equo e sostenibile. Non è più il momento del dibattito ma di guardare ai comportamenti che incidono nell’economia reale.

Cosa vuol dire porsi l’obiettivo dell’impatto sociale?

Dal punto di vista giuridico non esistono ancora delle forme cogenti ma siamo ancora nell’ambito della volontarietà e ciò che contraddistingue il nuovo modello economico che sta prendendo forma è la volontà di comportarsi diversamente sul mercato. Ad esempio impostando a livello strategico l’attività d’impresa per tenere conto non solo della ricerca del profitto ma anche delle esigenze sociali, delle questioni ambientali, in generale delle necessità della collettività. Che significa ad esempio permettere alle persone di mantenere i livelli di vita e di protezione sociale raggiunti nei Paesi industrializzati, mentre nei Paesi emergenti significa accompagnarle a raggiungere quei livelli. Per fare tutto questo occorre configurare modelli di business necessariamente diversi da quelli tradizionali.

Chi è più avanti e chi invece insegue all’interno di questa transizione?

Ci sono imprenditori e imprese lungimiranti, pionieri che da tempo hanno impostato il business in questo modo senza che nessuno glielo chiedesse o tanto meno imponesse. Poi sono arrivati il mercato e i consumatori a pretendere con sempre maggiore insistenza dagli imprenditori comportamenti diversi, esprimendo in concreto queste loro esigenze nel momento in cui decidono quali prodotti e servizi acquistare. Senza dubbio alcuni mercati sono più avanti in tale processo e altri si stanno adeguando, così come fra le imprese c’è chi si muove in questa direzione per opportunismo e chi invece per convinzione. In ogni caso stiamo vivendo una fase cruciale, in cui ci si sta spostando dall’ambito di pura volontarietà a cui accennavo ad uno che i giuristi definirebbero di “soft law”: si percepisce cioè di essere non obbligati giuridicamente ma sempre più indotti, da una serie di soggetti e fattori, ad adeguare comportamenti, atteggiamenti, presenza sul mercato a questo nuovo modello. Il passo ulteriore consisterà nell’entrare compiutamente in un ambito di “hard law”, quando sarà la norma a imporre certi comportamenti. Anche se in certe aree, su determinati argomenti, è già così: ad esempio in materia ambientale, o nel caso delle “quote rose” nei consigli di amministrazione delle grandi imprese. Similmente nel caso di quelle imprese multinazionali, ma non solo, che nella ridefinizione del proprio business nella prospettiva dell’impatto sociale iniziano a introdurre regolamentazioni, politiche, indicazioni, insomma spinte di vario genere che non configurano obblighi di legge ma, internamente, sono in pratica vissuti come tali.

Il modello dell’economia a impatto e quello dell’economia civile in sostanza si sovrappongono, o quanto meno si somigliano molto?

Il mondo dell’economia civile in Italia è stato per molti versi precursore di ciò di cui stiamo parlando ed è necessario rammentarlo in tutti i contesti, specie in quelli internazionali. Ci sono molte realtà nel nostro Paese che si muovono da lungo tempo in questa direzione e che, anche per la loro capacità di fare “educazione” su tutta una serie di valori, dalla condivisione all’attenzione per i più fragili, possono rappresentare oggi il partner ideale per le grandi realtà imprenditoriali che stanno ragionando su come sviluppare strategicamente il loro business con le caratteristiche di cui dicevo: in tal senso il momento attuale si può definire una congiunzione astrale perfetta. L’economia a impatto verso cui stiamo andando deve dunque fare tesoro della grande tradizione culturale italiana dell’economia civile, potendo inoltre integrarla con modelli innovativi di carattere finanziario e imprenditoriale quali ad esempio gli investimenti a impatto sociale o le B Corp e Società Benefit. A questo proposito mi sento di formulare un invito: che gli imprenditori che già operano con questa visione a livello globale si spendano in uno sforzo di contaminazione, iniziando dalle proprie filiere produttive. Credo che in questo modo il loro ruolo nel dare forma alla nuova economia a impatto potrebbe diventare ancora più rilevante di quanto già non sia.

L’Unione fa la posa

Di Alessandra Salvarani, Gresmalt


Il 14 dicembre il team FRASSINORO Gruppo Gresmalt ha partecipato a LESSONS FOR GOOD aprendo il proprio cantiere presso l’istituto S. Giuseppe di Sassuolo, scuola dell’infanzia e primaria.
All’insegna dello slogan “l’unione fa la posa” il team ha contribuito ad abbellire il salone di accoglienza dei bambini decorando una parete con un gres porcellanato 20×20 di propria fabbricazione e in collezione Leroy Merlin.
La direttrice della scuola Suor Cristina ha ringraziato il team per “aver scelto la nostra scuola” sottolineando il valore di una iniziativa a favore delle necessità del territorio.

Il “fare” del cuore

Di Angly Fuca, Leroy Merlin Genova


Ebbene sì, i gesti portati dal cuore sono sempre quelli migliori. È con questo spirito che il 14 Dicembre Leroy Merlin Genova ha dato una nuova vita ad una sala d’aspetto della week surgery dell’ospedale pediatrico Gaslini tramite il progetto LESSONS FOR GOOD. L’azienda è impegnata ormai da anni in progetti di volontariato attraverso il Bricolage del cuore, ma la caratteristica del Lessons for good è quella di coinvolgere i nostri clienti durante lo svolgimento del progetto, come un vero corso clienti, ma nel frattempo facendo del bene.

Il team Leroy Merlin e i clienti che hanno partecipato

La scelta è ricaduta sull’ospedale Gaslini perché è per i genovesi, e non, un simbolo, un punto di riferimento per chi purtroppo deve fare i conti con qualche imprevisto della vita. Proprio per questo ci è sembrato doveroso dare il nostro contributo a loro, facendo un gesto che vale più di mille parole, dando un sorriso a chi entra in una sala d’aspetto dove ora ci sono nuvole e mongolfiere.

Dopo un attento sopralluogo alla struttura, la task force del negozio si è occupata dell’organizzazione e della realizzazione del progetto, partendo dal disegnare quello che siamo andati a dipingere, scegliere il laminato che abbiamo posizionato, creare cuscinoni con materiale ignifugo per dare un pò di relax ai bimbi che aspettano il loro turno in questa sala.

Abbiamo voluto, oltre che dare una nuova vita a questa zona, portare un nuovo respiro, diverso rispetto a quello che trasmette una classica sala d’aspetto.

Prima e dopo

Quest’esperienza è stata toccante, sia per chi l’ha organizzata e vissuta in prima persona, ma anche per chi, come i referenti della struttura, ha visto il cambiamento che abbiamo portato in una giornata.

Siamo certi che il progetto Lessons for Good porterà ancora molti sorrisi in futuro e noi porteremo sempre il cuore per realizzare piccoli ma grandi cambiamenti.

A presto!

Rondine, Cittadella della Pace

Sustainable Development Goals 16 Pace, giustizia e istituzioni solideObiettivo numero 16: PACE. GIUSTIZIA, E ISTITUZIONI SOLIDALI.
L’obiettivo numero 16 degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile è dedicato alla promozione di società pacifiche ed inclusive ai fini dello sviluppo sostenibile, e si propone inoltre di fornire l’accesso universale alla giustizia, e a costruire istituzioni responsabili ed efficaci a tutti i livelli.https://unric.org/it/obiettivo-16-pace-giustizia-e-istituzioni-forti/

Per descrivere e concretizzare l’obiettivo 16 abbiamo deciso di proporre la storia di Rondine, cittadella della pace. Rondine Cittadella della Pace è un’organizzazione che si impegna per la riduzione dei conflitti armati nel mondo e la diffusione della propria metodologia per la trasformazione creativa del conflitto in ogni contesto. L’obiettivo è contribuire a un pianeta privo di scontri armati, in cui ogni persona abbia gli strumenti per gestire creativamente i conflitti, in modo positivo. Rondine nasce in un borgo medievale toscano a pochi chilometri da Arezzo, in Italia: qui si strutturano i principali progetti di Rondine per l’educazione e la formazione. Un luogo di rigenerazione dell’uomo, perché diventi leader di se stesso e della propria comunità nella ricerca del bene comune. Il progetto che dà origine e ispirazione a Rondine è lo Studentato InternazionaleWorld House, che accoglie giovani provenienti da Paesi teatro di conflitti armati o post-conflitti e li aiuta a scoprire la persona nel proprio nemico, attraverso il lavoro difficile e sorprendente della convivenza quotidiana.

https://www.rondine.org/

E-book 2019: le parole della nostra economia civile

Torna l’appuntamento annuale con la raccolta degli editoriali curati da SEC, Scuola di Economia Civile, le interviste ad alcuni nostri Collaboratori e le “storie” provenienti dai territori dove sono attivi i nostri progetti. Il racconto di un anno che ci ha visti impegnati sul tema (RI)GENERIAMO.

“Sì, è questo il cammino che in molti vogliamo e dobbiamo portare avanti: così facendo, quotidianamente, ciascuno il proprio lavoro portiamo avanti molto di più di profitti, Pil e quote di mercato. Portiamo avanti la vita, una nuova vita che continuamente rigenera se stessa come una nuova e costante resurrezione. Coraggio, dunque!” (dall’introduzione curata da Riccardo Milano, Socio fondatore e membro del Comitato Etico di SEC).

Buona lettura!
Scarica l’E-book

Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile

L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile è un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU. Essa ingloba 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile – Sustainable Development Goals, SDGs – in un grande programma d’azione per un totale di 169 ‘target’ o traguardi. L’avvio ufficiale degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile ha coinciso con l’inizio del 2016, guidando il mondo sulla strada da percorrere nell’arco dei prossimi 15 anni: i Paesi, infatti, si sono impegnati a raggiungerli entro il 2030.

Gli Obiettivi per lo Sviluppo danno seguito ai risultati degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals) che li hanno preceduti, e rappresentano obiettivi comuni su un insieme di questioni importanti per lo sviluppo: la lotta alla povertà, l’eliminazione della fame e il contrasto al cambiamento climatico, per citarne solo alcuni. ‘Obiettivi comuni’ significa che essi riguardano tutti i Paesi e tutti gli individui: nessuno ne è escluso, né deve essere lasciato indietro lungo il cammino necessario per portare il mondo sulla strada della sostenibilità.

https://unric.org/it/agenda-2030/

A partire da questo mese, e per ogni mese dell’anno, presenteremo un obiettivo attraverso una delle storie presentate nel percorso scolastico “Costruttori di futuro”: un modo per stimolare nuova generatività e riflessioni sul tema affrontato. Seguiranno interviste esterne, editoriali sul tema e interviste a colleghi che stanno seguendo particolari progetti o tematiche inerenti l’obiettivo analizzato.

Il tutto per formare, ma soprattutto formarci, sul tema.

Lessons for Good, nelle città di tutta Italia 65 cantieri per chiudere in bellezza il 2019 e darsi tanti nuovi obiettivi per l’anno nuovo

E un altro anno è passato.
Un anno di progetti, di empori, di corsi, di persone che si sono messe in gioco.
Fatto di tante collaborazioni, tra i negozi, con le associazioni del territorio, le istituzioni locali.
Un anno che si è chiuso con un grande sogno, forse il progetto più ambizioso: dedicare una giornata intera a “imparare, fare e aiutare”, con una maratona che toccasse tutta Italia e che portasse ogni negozio ad “uscire” e a realizzare interventi in scuole, case famiglia, centri di accoglienza, parchi pubblici e in tutti quegli spazi che necessitavano di manutenzione e cura.
Il 15 dicembre hanno preso vita le Lessons for Good, realizzando 65 progetti in tutta Italia.
L’idea è semplice, ma allo stesso tempo vincente: realizzare uno dei corsi che Leroy Merlin Italia regolarmente tiene nei propri negozi, in una struttura che necessita di un intervento di ristrutturazione, coinvolgendo clienti, dipendenti, artigiani, associazioni in una lezione che non rimane fine a se stessa, ma che aiuta a rendere migliori gli spazi a disposizione della collettività.In Veneto, uno dei progetti ha coinvolto la Casa dell’Ospitalità di Venezia e Mestre, una realtà locale fondata su una rete di case dell’ospitalità su tutto il territorio nazionale, che riparte dalla casa e dall’accoglienza per ridare speranza e fiducia a chi si ritrova a vivere per strada. Il Bricolage del Cuore, e tutti i volontari dei punti vendita di Marghera e Marcon si sono dati da fare e hanno sistemato il refettorio comune a colpi di pennello e creatività.
“Il momento delle festività è sempre più complesso rispetto agli altri momenti dell’anno, oltre alla difficoltà materiale spesso si aggiunge anche quella emotiva. Rendere più accogliente il nostro refettorio, può sembrare una cosa da poco e invece ci permette di trasmettere quel senso di casa e di famiglia” ci racconta uno dei volontari.

In Puglia, a Bari abbiamo ri-incontrato i nostri amici di Rjuso Collettivo: il progetto partito con l’Emporio Fai da Noi sta crescendo, sta per dar vita ad una forma di portierato sociale che vuole coinvolgere gli abitanti del quartiere nel prendersi cura dei loro spazi. Ecco che partecipare alla realizzazione delle decorazioni natalizie diventa un modo per prendersi cura degli spazi comuni, di rendere delle aree anonime un pezzo di casa.

A Mesagne invece una squadra di volontari ha partecipato al cantiere per la ritinteggiatura delle stanze dell’Opificio sociale gestito dall’Associazione Coloriamo il mondo che si occupa di dare supporto a persone con autismo e alle loro famiglie.
“È stato un momento speciale, fare qualcosa insieme per loro [gli ospiti del centro n.d.r.] e per noi è davvero una grande soddisfazione. Alla fine basta davvero poco per migliorare le cose e per fare del bene, dovremmo farlo più spesso!” ci racconta un volontario.

Ogni cantiere ha realizzato qualcosa di speciale, ha iniziato un nuovo percorso o aggiunto un nuovo tassello in progetto di rigenerazione. Le Lessons for Good sono diventate un appuntamento importante per segnare il percorso di costruzione di comunità più attente e partecipi, attorno alle esigenze abitative di privati e associazioni che Leroy Merlin Italia sta portando avanti in questi anni.

E allora, grazie 2019 e benvenuto 2020: che tu possa essere un altro anno di progetti realizzati!