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Bilancio 2021

“È difficile fare le cose difficili: 
parlare al sordo, mostrare la rosa al cieco. 
Bambini, imparate a fare le cose difficili: 
dare la mano al cieco, cantare per il sordo, 
liberare gli schiavi che si credono liberi.” 

Gianni Rodari 


Giannalberto Cancemi 
Amministratore Delegato Leroy Merlin Italia

Mi piace introdurre questo documento ricco di numeri e analisi, soffermandomi su alcune parole. Sinceramente penso che il primo punto, fondamentale per capire le future scelte a azioni è l’essere consapevoli del passaggio da un concetto tradizionale di Sviluppo Sostenibile a un concetto molto più ampio (e impegnativo) di Sostenibilità integrale. Non esistono paletti tra questo e quello, tra chi deve pensarci e chi no, tra quali processi richiedono inflessibilità e quali invece consentono deroghe. La Sostenibilità riguarda tutti, a ogni livello, senza eccezioni, perché non tocca solo l’Ambiente o l’economia o la società ma l’umanità nel suo insieme

Altro concetto fondamentale è capire che oggi essere responsabili non è sufficiente. L’Azienda deve essere generativa e contributiva. Questo concetto è ben sintetizzato dalla casa del “Make it positive” di ADEO: abbiamo una base rappresentata dalle nostre responsabilità che trova compimento nei due pilastri dello sviluppo umano e della valorizzazione dell’Habitat. Il tutto ovviamente finalizzato alla generazione di valore economico, ambientale, sociale e umano. 

Noi come cerchiamo di concretizzare questi concetti? Abbiamo tre ambiti che ci possono supportare: il nostro MESTIERE, la nostra PARTECIPAZIONE e la nostra volontà di INNOVAZIONE. 

Ogni Collaboratore è indispensabile, con il proprio mestiere, alla creazione di uno sviluppo contributivo, dagli acquisti alla vendita, dallo sviluppo immobiliare a quello delle risorse umane, dalla finanza alla comunicazione. Non dobbiamo fare nulla in più di quello che facciamo, semplicemente ci è chiesto di farlo diversamente e in un’ottica contributiva. Abbiamo un efficace strumento di partecipazione: la nostra Associazione Bricolage del Cuore che intende riunire tutte le persone che “hanno voglia di fare” e che possono mettere a disposizione competenze, tempo e manodopera in un’ottica di aiuto e gratuità per progetti di ristrutturazione, manutenzione e decorazione di abitazioni o strutture comunitarie. 

Sosteniamo un acceleratore per la nostra innovazione: l’Impresa Benefit (RI)GENERIAMO. L’Impresa Benefit (RI)GENERIAMO ha l’obiettivo di GENERARE nuove economie per RIGENERARE PERSONE, PRODOTTI e PERIMETRI promuovendo un’economia inclusiva che valorizzi, in un’ottica imprenditoriale, le persone nella loro diversità e per includere nell’attuale sistema di mercato persone e prodotti, altrimenti esclusi, riconoscendone valore e generando nuovi perimetri. 

Tutto questo ci aiuta ad avvicinarci ad un concetto di Azienda del Sì, in quanto non dobbiamo solo essere l’Azienda del Non: l’Azienda che non inquina, l’Azienda che analizza i propri impatti, l’Azienda che non consuma risorse naturali. Le pagine che seguono sono la narrazione di questo lavoro quotidiano. Progetti come gli ecocompattatori Coripet, la cessione gratuita delle nostre eccedenze, il lancio del progetto FormidAbili, l’Energia del bosco, la Casa Ideale o la nostra proposta formativa AmicoEco – per fare solo alcuni esempi – sono la testimonianza del nostro percorso generativo

Sono consapevole che non sarà facile (è difficile fare le cose difficili!) ma sono sicuro che la nostra volontà e soprattutto la nostra consapevolezza dell’essere imperfetti e di dover percorrere ancora un lungo percorso, ci aiuteranno giorno dopo giorno a diminuire il divario tra le parole e le azioni. 


Soluzioni Civili: dal 27 al 30 giugno a Lecco  

La IV edizione della Summerschool nazionale di Economia Civile 

Comunità energetiche e comunità educanti. Finanza sostenibile e tecnologie connettive profit-no profit. E ancora, preparazione al riutilizzo attraverso l’inclusione sociale, volontariato aziendale e green jobs. Sono solo alcuni degli argomenti al centro della IV edizione della Summerschool nazionale di Economia Civile: quest’anno l’appuntamento è a Lecco, dal 27 al 30 giugno, con un fitto calendario di incontri e momenti formativi ideati dall’Ufficio nazionale economia civile di Legambiente in collaborazione con Legambiente Lombardia e Circolo di Lecco, e realizzati grazie al contributo del Comune di Lecco, del polo territoriale di Lecco del Politecnico di Milano e di SILEA SPA, società che si occupa del ciclo integrato dei rifiuti sul territorio. Tra i relatori sarà presente un rappresentante di  Leroy Merlin che parlerà dell’esperienza di (RI)GENERIAMO e di un nuovo modo di fare CSR territoriale.

Scelta non casuale quella del capoluogo di provincia lombardo, primo Distretto di economia civile sorto nel Nord Italia, che ospiterà la scuola di formazione e i vari esperti e relatori che si avvicenderanno nel corso della quattro giorni. Ed è proprio dentro alla cornice dei Distretti di economia civile italiani che nel 2017 è nata la Summerschool, pensata quale momento specifico per costruire risposte territoriali nell’ambito di processi che sperimentano innovazione civica e transizione ecologica.  

Soluzioni Civili è il titolo scelto per l’edizione 2022 che s’inserisce in uno dei momenti più complicati degli ultimi decenni, come spiegano gli organizzatori.  

“In uno dei più delicati e complessi frangenti degli ultimi cinquant’anni, che vede il dilagare delle fragilità di intere fette di popolazione catapultate in aree a rischio, è prioritario trovare soluzioni per attuare una riconversione ecologica integrale – dichiara Lorenzo Barucca, responsabile Economia Civile di Legambiente – Se la spinta degli aiuti nazionali e sistemici, di natura soprattutto economica, riesce a trovare una messa a terra in cantieri di lavoro territoriali, dove sono in corso il consolidamento della condivisione e della corresponsabilità sociale, allora si genera uno stimolo non solidaristico, ma capacitante. La Summerschool si posiziona dentro questo solco, per contribuire con spunti operativi a soluzioni territoriali ad alto valore relazionale, socio-ambientale ed economico”. 

Il salario minimo: una questione di equità ed una necessità per l’Italia

Di Tommaso Pazzaglini, Dottore Commercialista e Revisore Legale esperto di Enti Locali, membro Economy of Francesco

Sembra sia stata raggiunta una condivisione a livello europeo per emanare una futura direttiva sul salario minimo, ancora uso il condizionale perché la decisione per il via libera definitivo deve attendere l’approvazione del Parlamento e del Consiglio. Successivamente i paesi dell’Unione Europea dovranno provvedere a recepire tale direttiva. La situazione attualmente vede 21 paesi dell’UE su 27 che hanno già il salario minimo, mentre non è presente in Italia, Danimarca, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia.

Il nostro paese ha scelto negli ultimi anni la contrattazione collettiva nazionale, ma se ci basiamo sui dati dell’archivio nazionale dei contratti collettivi di lavoro, previsto all’art. 17 della legge 30 dicembre 1986, n. 936, consultabile sul sito web del CNEL, ci rendiamo conto che i contratti vigenti, alla data del 30 giugno 2021, sono 985. Peraltro non tutti siglati con la partecipazione dei sindacati confederali (CGIL, CISL, UIL). Il numero così elevato complica ulteriormente il mercato del lavoro.

C’è chi sostiene che questa misura in Italia non servirebbe per due principali ragioni: la prima perché i sindacati perderebbero il loro ruolo e la loro funzione e la seconda perché aumenterebbe il costo del lavoro per le imprese.

Cerchiamo invece di inquadrare meglio il mercato del lavoro in Italia. In base all’intervista pubblicata su Avvenire al Presidente dell’Inps viene affermato che ci sono 4,5 milioni di lavoratori che guadagnano meno di 9 euro lordi l’ora. Ciò significa che ci sono dei salari mensili netti sotto i mille euro. I più penalizzati ovviamente sono i giovani e le donne. 

Quindi in questo panorama il ruolo del Sindacato non verrebbe “sminuito” anzi recupererebbe forza nel poter fare delle battaglie per incrementare il salario minimo e altre componenti delle retribuzioni dirette o indirette (esempio welfare aziendale, polizze sanitarie integrative etc) a favore del personale dipendente. Su questo sarebbe anche il caso di iniziare a pensare alla possibilità di derogare alla contrattazione collettiva in favore di quella decentralizzata, ma questo concetto lo riprendiamo successivamente.

Per quanto riguarda le imprese, il lavoro non deve essere visto come un costo ma come investimento in capitale umano, in grado di aumentare anche la produttività stessa dell’impresa, ciò consentirebbe anche di allargare la fascia del lavoro regolare a scapito di quello in nero, in quanto i lavoratori si vedrebbero non più disponibili ad accettare un importo minimo orario inferiore a quello di legge. Inoltre l’impegno su questo fronte dovrebbe proseguire sul tema dei tirocini “formali” ma non “sostanziali”, del lavoro occasionale e del lavoro subordinato attraverso la forma delle partite Iva.

Peraltro in attesa che venga alla luce un nuovo modello economico, sperando sia quello proposto da Economy of Francesco, quello attuale ha visto specialmente negli ultimi anni in Europa una forte attenzione alle politiche monetarie, cercando di mantenere controllata e a livelli bassi l’inflazione. Attualmente (in attesa di nuovi parametri sulla qualità della vita) l’indicatore per valutare ancora i Paesi è la ricchezza da loro prodotta, attraverso l’indicatore del PIL, ma quest’ultimo in termini reali (ossia relativamente alla produzione) non può crescere all’infinito, pertanto se si vuole aumentare il PIL lo si potrà fare solo in termini nominali, ossia facendo ripartire l’inflazione e pertanto i prezzi, in questo caso per esempio un aumento del 20% dei prezzi corrisponderebbe ad un aumento del PIL del 20%. Ovviamente per non creare ulteriori divari sociali, occorre recuperare l’indicizzazione dei salari all’inflazione (in passato la c.d. scala mobile).  

In ultimo due considerazioni, i contratti collettivi nazionali prevedono che sull’intero territorio nazionale la stessa figura lavorativa con lo stesso inquadramento percepisca lo stesso stipendio sia a Milano sia a Potenza, nonostante il costo della vita nelle due zone salariali (o “gabbie salariali”, nel linguaggio comune) sia completamente diverso, ecco perché è necessario superare la contrattazione nazionale a favore di quella decentralizzata.

In conclusione dal 2026 sembra che l’Unione Europea applicherà alle merci importate lo strumento del Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam) colpendo attraverso delle extra-imposte le aziende che producono in paesi nei quali non vengono rispettate le norme ambientali. Sarebbe importante, a mio avviso seguendo lo stesso ragionamento, prevedere dei dazi doganali alle merci importate in Unione Europea e prodotte ove le condizioni salariali sono di puro sfruttamento e che non rispettano le nostre condizioni e regole del mercato del lavoro, ciò permetterebbe anche di bloccare la continua concorrenza sui prezzi al ribasso che ha contraddistinto il nostro mercato interno negli ultimi anni e che è stata la principale ragione delle delocalizzazioni (assieme alle politiche fiscali delle società verso i paesi a minore tassazione, altro tema da affrontare).

Fonte: https://www.ilpost.it/2022/06/08/salario-minimo-italia/ 

Diversità, inclusione, equità: una nuova visione per il lavoro

Il 23 giugno alle 11 evento in streaming su ANSA.it

Diverse abilità, scambio generazionale, pari opportunità di genere: nuovi paradigmi sociali stanno modificando profondamente il mondo del lavoro che sta cambiando dal suo interno.

Un cambiamento che necessita di regole nuove adatte ai tempi, mentre sono già numerose le aziende e le imprese consapevoli del valore economico della gestione della diversità. È questo il filo conduttore di “Diversità, inclusione, equità: una nuova visione per il lavoro”, il nuovo evento organizzato dall’ANSA che verrà trasmesso in diretta streaming giovedì 23 giugno a partire dalle ore 11 su ANSA.it e sui canali social dell’Agenzia.

A confrontarsi durante l’evento, intervistati dal direttore dell’Agenzia Luigi Contu, Elena Bonetti, ministra per le pari opportunità e la famiglia, il ministro del Lavoro Andrea Orlando, il presidente dell’Inail Franco BettoniLinda Laura Sabbadini, direttrice centrale Istat, Mariangela Marseglia, VP Country Manager Amazon.it and Amazon.es, Emiliano Diotallevi, Country HR Manager ABB Italia, Peter Durante, Direttore Human Resources & Organization Italgas, Simone Innocenti, Direttore HR, Organization & Change Management Gruppo AXA Italia, Luca Pereno, Coordinatore Sviluppo Sostenibile Leroy Merlin, Maria Emanuela Salati, Responsabile Selezione, Formazione e Welfare Diversity & Inclusion ATM,  Annamaria Morrone Responsabile Organization & People Development Ferrovie dello Stato Italiane.

Chiacchiere Generative: esperimento “a impatto” da ripetere

Insieme a (RI)GENERIAMO, la società benefit e B Corp che sostiene, al Fuori Salone 2022 che si è tenuto a Milano a inizio giugno Leroy Merlin ha lanciato l’esperimento delle “Chiacchiere Generative”.

Si è trattato di un ciclo di incontri, uno al giorno, informali e agili (non più di un’oretta), ospitati in uno spazio non grande ma particolarmente accogliente con sedie disposte a circolo vicino all’angolo caffetteria. Dove chiunque poteva accomodarsi non solo per ascoltare ma per partecipare, entrando in relazione con chi stava raccontando esperienze, impressioni, iniziative e progetti intorno al tema del rigenerare e della rigenerazione. Un tema complesso, vasto, che si è provato a declinare nei cinque incontri del ciclo in accordo con la missione di (RI)GENERIAMO: rigenerare persone, perimetri, prodotti, economie.

Gli speaker invitati, principali protagonisti di queste chiacchierate, sono stati fondamentali per la buona riuscita dell’esperimento. Ci teniamo ancora una volta a ringraziarli sinceramente per la grande disponibilità con cui hanno accolto il nostro invito. Seguendo il calendario degli appuntamenti, desideriamo dire grazie nell’ordine a Patrizia Cappelletti (Università Cattolica di Milano, Alleanza per la Generatività); a Francesco Reale (Fondazione Adecco per le Pari Opportunità); a Massimiliano Mariani (Economy of Francesco); a Sergio Galasso (Itinerari Paralleli); all’On. Maria Chiara Gadda (prima firmataria della legge “anti-spreco”) e a Marco Raspati (Regusto). Un grazie anche alle persone che hanno partecipato agli incontri e che spesso con la loro curiosità e le loro domande hanno contribuito alla ricchezza e alla qualità della discussione, contribuendo non di rado a orientarla.

Un’infinità gli argomenti toccati durante gli incontri, impossibile riassumerli tutti. Particolarmente interessante, però, è che molti argomenti, magari con tagli diversi, sono tornati un po’ in tutte le belle chiacchiere generative che ci siamo fatti al Fuori Salone. È su questi, allora, che proviamo a concentrarci, tentando una sintesi. A beneficio in particolare di chi non ha potuto sedersi a chiacchierare insieme a noi. E che magari in questi argomenti potrà trovare ispirazione o almeno materia di riflessione per i propri progetti generativi. A tutti, comunque, diamo appuntamento al Fuori Salone del prossimo anno.

Network

Da soli non si va da nessuna parte. Per raggiungere qualsiasi obiettivo occorre mettersi insieme ad altri. Il che vuol dire avviare e coltivare relazioni, costruire ponti, instaurare un dialogo tra soggetti anche molto diversi e distanti fra loro, mettere insieme dei nodi che formino una rete, pensare al fare come a un “fare per” e soprattutto un “fare con”. Può voler dire fare più fatica e impiegare più tempo, certo. Ma permette di avvalersi dell’intelligenza collettiva, di essere più forti grazie alle relazioni intessute, di avere più punti di accesso alle esigenze della collettività, di poter contare sulla bellezza e ricchezza della diversità. E, alla fine, di produrre un impatto sociale positivo più grande, più esteso e duraturo sulla società e l’ambiente. Viene in mente il famoso proverbio africano: “Se vuoi arrivare primo, corri da solo; se vuoi arrivare lontano, cammina insieme”.

Racconto

Il racconto di quello che si fa non è un di più, è parte essenziale di quello che si fa. Perché raccontare è dare testimonianza, offrirsi al confronto e, perché no, alla critica. Il difficile è raccontare in modo efficace, allargando il più possibile la platea di coloro che possono ascoltare e comprendere ciò che si comunica, anche se è costante la ricerca di un linguaggio nuovo. Soprattutto quando c’è da raccontare qualcosa di complesso, dalle molte sfaccettature. Una ricetta valida per tutte le situazioni non è stata ancora trovata, se mai esiste. Ma c’è almeno un ingrediente di cui non si può fare a meno: i fatti, i numeri, le cose concrete, presentate in modo trasparente, coerente e verificabile, contro ogni rischio di greenwashing. Non dev’essere un racconto di facciata, ma di fatti. Meglio ancora se si tratta di fatti, azioni, di un’operatività che parla da sola, cosa che l’innovazione sociale sa fare e molto bene.

Fragilità

Rigenerare è curare le fragilità, se possibile prevenirle, ma innanzitutto intercettarle. Un esercizio difficile, ovviamente, perché le fragilità sono tante e diverse. Avendo il lavoro e l’inclusione attraverso il lavoro come stelle polari del proprio agire rigenerativo, la fragilità forse più grande è quella dei luoghi e delle comunità in cui il lavoro manca. C’è la fragilità delle solitudini, spesso silenziose e nascoste, per giunta acuita dai mesi e anni della pandemia, e quella del disagio sociale nelle sue molteplici forme. C’è la fragilità delle diversità, anche all’interno delle organizzazioni e delle imprese in particolare, che se non gestita crea danni e si trasforma in costi, se ben gestita produce benessere e si trasforma in valore anche economico. C’è la fragilità dei territori “dimenticati” anche se hanno grandi potenzialità. C’è la fragilità, anche, dei lavori tradizionali, a volte antichi, che nonostante il loro fascino fanno fatica a tramandarsi e ad attirare i più giovani, per cui rischiano di scomparire.

Giovani

I più giovani che oggi si affacciano sul mondo del lavoro e ancora di più quelli che durante il percorso formativo già guardano al ruolo che potranno svolgere in futuro nella società, hanno approcci e aspettative spontaneamente diversi da quelli che li hanno preceduti. Non è retorica, è la realtà. Oggi il lavoro non è più un fatto solo economico, è una questione di senso. Sono soprattutto i giovani a chiedere e a volte a pretendere un senso dal loro lavoro. Vogliono, cercano un lavoro che abbia un impatto sociale positivo. Forse anche perché si sono formati e sono cresciuti in un mondo attraversato, sconquassato da crisi una più grave dell’altra: la grande crisi finanziaria del 2007-2008 e la successiva crisi del debito, la crisi climatica, la pandemia, solo per citarne alcune fra le più gravi degli ultimi dieci-quindici anni. Hanno spesso paura del futuro e delle crisi che potranno ancora venire, e in ciò sono fragili, ma forse proprio per questo sono forti nella consapevolezza di voler avere un ruolo professionale che aiuti a rigenerare il mondo per metterlo il più possibile al riparo da crisi come quelle che hanno appunto vissuto sulla propria pelle. L’urgenza e la volontà che i giovani esprimono in questo senso, a volte addirittura dichiarando di sentire una “chiamata” a intraprendere un tale percorso, è linfa vitale per chi lavora per rigenerare. Mettersi in ascolto e in sintonia con questa tensione che i giovani esprimono è una necessità ineludibile.

Rischio

Rigenerare è ricercare il cambiamento, trasformare. Significa andare oltre gli steccati e le categorie, pensare “out of the box”, essere pionieri, esploratori, andare verso l’ignoto. Non solo, perché è anche ricerca di una trasformazione che da sperimentale ha l’ambizione di diventare strutturale, di definire un nuovo modello. Ovviamente tutto ciò comporta dei rischi, a volte veri e propri conflitti, se non altro tra il “vecchio” su cui agisce il processo trasformativo e il “nuovo” verso cui tende. È inevitabile, quando si “mette al mondo” un’impresa, un progetto, un’iniziativa, e bisogna esserne consapevoli. Del resto si sa:“è difficile fare le cose difficili”.

Le società benefit: verso un nuovo (ed emergente) paradigma imprenditoriale

A cura di Daniele Lonardo
Europrogettista & Trainee Lawyer
“Ambrosio & Commodo”

Pressoché triplicate rispetto a qualche anno or sono, la diffusione capillare e costante delle società benefit nel nostro Paese pone inedite ed importanti sfide (ambientali, sociali, culturali e normative) per quelle società che decidono fattivamente di coniugare al tradizionale obiettivo di profitto, una o più finalità di beneficio comune, e cioè operando in maniera responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente.


Il concetto di sostenibilità ambientale, oggigiorno, non può limitarsi al solo aspetto inerente al contrasto dello spreco, alla cura e preservazione di nostra Madre Terra o ad un utilizzo più efficiente (ed efficace) delle risorse (siano esse naturali o umane), bensì deve essere inteso quale perseguimento di un delicato equilibrio tra tre diversi fattori: quello ambientale, economico e sociale.

Il concetto di sviluppo sostenibile è, certamente, un tema complesso ed altamente sfaccettato: la definizione universalmente riconosciuta risale al 1987 e si rinviene nel Rapporto “Brundtland” elaborato dalla “World Commission on Environment and Development” dal titolo “Our Common Future[1]”, nel quale viene definito come “sostenibile” uno sviluppo in grado di assicurare “il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri”. I principi di equità tra generazioni hanno portato l’attenzione dei Paesi verso l’elaborazione di un nuovo concetto di sostenibilità, che si estende non solo alla dimensione ambientale, ma permea anche quella sociale ed economica.

Strettamente collegati al predetto concetto di sostenibilità, sono – da un lato – i cd. “criteri ESG”, acronimo di “Environmental”, “Social” and “Governance”, e cioè indicatori volti ad analizzare l’attività di una società o di un ente (sia esso corporate o governativo), basandosi non solo sugli aspetti finanziari, ma valorizzando altresì i profili ambientali, sociali e di governance, tra cui ricordiamo: l’impatto ambientale e le modalità di utilizzo delle risorse, le condizioni e la cura dei lavoratori, l’implementazione delle misure di prevenzione della salute e della sicurezza nonché la trasparenza della governance aziendale; dall’altro, gli SDGs (acronimo di Sustainable Development Goals, 17 macro-obiettivi promossi dall’ONU nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile) ed i relativi sotto-obiettivi (169 target), rappresentano parametri e riferimenti ai quali le imprese sono chiamate ad uniformarsi (seppur privi, al pari degli ESG, di cogenza o norme di riferimento) tanto nell’analisi del proprio business quanto nella definizione (ed attuazione) dei propri obiettivi.

In tale contesto si collocano le società benefit, generalmente ricondotte nel macro-settore della CSR, Corporate Social Responsability (tradotto, responsabilità sociale d’impresa) e che si estrinseca in una forma di responsabilità – a carattere volontario – che l’impresa decide di assumere nei confronti dei suoi principali interlocutori (cd. stakeholders, e cioè i dipendenti, la comunità di appartenenza e l’ambiente circostante) con l’obiettivo precipuo di conciliare liberalizzazione degli scambi – libertà di impresa con la cura dell’ambiente ed il rispetto dei diritti dell’uomo (in generale) e dei lavoratori (in particolare). Ciò determina, inevitabilmente, un impatto sulla società, creando valore condiviso tra shareholders e stakeholders ed internalizzazione dei costi e/o effetti negativi che ogni tipo di impresa (indipendentemente dalle sue dimensioni e dal fatturato) può autonomamente realizzare, lungi da costrizioni normative ma spinti proattivamente dal desiderio di favorire e migliorare il rapporto con la propria comunità di appartenenza e di riferimento. Preme fin da ora evidenziare come in tali tipologie societarie, gli aspetti sociali e di beneficio comune non siano alternativi rispetto alla massimizzazione del profitto, bensì risultino perfettamente integrati, determinando lo sviluppo di nuove politiche del lavoro, della governance e dello scopo sociale al fine di realizzare catene di valore ed obiettivi di performance trasparenti e misurabili. In altre parole, le società benefit non sono ricomprese nelle società non profit, ma sono a tutti gli effetti delle società for profit che perseguono, di pari passo, il raggiungimento anche di obiettivi mirati al beneficio comune. In Italia, le società benefit approdano pionieristicamente nel panorama normativo fin dal 2016, con la Legge di Stabilità (L. 28 dicembre 2015 n. 208), promuovendo un modello di impresa ibrida caratterizzata da una duplice missione: creazione di profitto ed elargizione di benefici in favore di soggetti terzi. In particolare, ai commi 376-384 si rinviene la definizione secondo cui, è società benefit quella che “nell’esercizio di una attività economica, oltre allo scopo di dividerne gli utili, perseguono una o più finalità di beneficio comune e operano in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente, beni ed attività culturali e sociali, enti e associazioni ed altri portatori di interesse[2]”. In caso di nascita ex novo occorre prestare particolari cautele in fase di redazione dello Statuto e dell’atto costitutivo; nel caso di passaggio da società for profit a benefit, sono necessari adeguamenti statutari dal carattere obbligatorio e vincolante. Inoltre, possono essere benefit le società di cui al Libro V del Codice Civile (società di persone, di capitali, società cooperative e le società di mutua assicurazione); restano, invece, escluse tanto l’impresa individuale, le società a responsabilità limitata semplificata (s.r.l.s.), le società cooperative sociali nonché le imprese sociali. Sul punto, il legislatore italiano si è discostato rispetto al modello americano (nato con l’organizzazione non profit B-Lab e proseguito con il movimento delle Benefit Corporation fin dal 2006), che oltre oceano prevede una limitazione di tale tipologia alle sole società di capitali.

In via di estrema sintesi, e tralasciando i benefici fiscali accordati dalla Legge n. 77/2020, i requisiti necessari all’ottenimento della qualifica di benefit sono i seguenti:

1. indicazione nell’oggetto sociale del beneficio comune perseguito unitamente al necessario bilanciamento tra interessi dei soci e obiettivo perseguito. Sarà necessario, inoltre, provvedere agli opportuni adempimenti (deposito, l’iscrizione e pubblicazione) nel registro delle imprese;

2. individuazione, all’interno della compagine societaria, del cd. “Responsabile del perseguimento del beneficio comune” le cui mansioni – allo stato dell’arte ancora non definite puntualmente dal legislatore – assolvono ad una funzione di vigilanza e controllo delle finalità, così come definite nell’oggetto sociale;

3. redazione della cd. “Relazione di impatto” (annuale) la quale deve essere allegata al fascicolo di bilancio; è prevista, inoltre, una forma di controllo esterno in capo all’Autorità garante della concorrenza e del mercato, legittimante l’applicazione di sanzioni in caso di violazione.


[1] Cfr. https://www.are.admin.ch/are/en/home/media/publications/sustainable-development/brundtland-report.html

[2] Cfr. Legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato” (Legge di Stabilità) in vigore dal 1° gennaio 2016, commi 376-384 reperibile al seguente hyperlink: https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/12/30/15G00222/sg

UNHCR premia Leroy Merlin Italia tra le 100 aziende con il logo Welcome – Working for refugee integration 

L’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, ha annunciato i nomi  delle 107 grandi, piccole e medie imprese e delle 41 organizzazioni della società civile premiate  con i loghi Welcome WeWelcome per l’edizione 2020/2021, per il loro impegno a favore  dell’integrazione lavorativa dei rifugiati. 

Fra le aziende premiate spiccano i nomi di Barilla, Carrefour, Decathlon, Gucci, Ikea, Leroy  Merlin, Mutti, Nespresso, Reale Mutua e tante altre. La premiazione avverrà, nell’ambito delle  celebrazioni per la Giornata Mondiale del Rifugiato 2022, il prossimo 13 giugno nel corso di un  evento pubblico ospitato dal Comune di Roma.  

Il premio, giunto alla sua quarta edizione, valorizza il grande impegno del mondo delle imprese  nei confornti dei rifugiati. Cresciuto nel numero di imprese partecipanti, oggi Welcome – working for refugee integration non rappresenta solo un premio, ma un vero e proprio  programma di inclusione lavorativa. In questi anni, grazie al progetto, sono state costituite  numerose corporate partnership tra aziende italiane e organizzazioni della società civile. Il  supporto ai rifugiati e alle rifugiate, inoltre, è diventato sempre più un focus importante delle  politiche di diversity&inclusion delle aziende che operano in Italia. In quattro edizioni del  progetto, sono oltre 350 le aziende premiate per aver favorito l’inserimento lavorativo di oltre  10.000 beneficiari di protezione. 

“Welcome rappresenta per noi un particolare motivo di orgoglio – ha dichiarato Chiara Cardoletti,  Rappresentante UNHCR per l’Italia, la Santa Sede e San Marino – il progetto dimostra in  maniera evidente come la sinergia tra settore privato, istituzioni e organizzazioni della società  civile possa avere un impatto fortemente positivo per tutti, per i rifugiati stessi e per l’intero  apparato produttivo. È un progetto che conferma inoltre – prosegue Chiara Cardoletti – il  grandissimo potenziale in termini di competenze e professionalità che i rifugiati portano con  se’ nei paesi che li accolgono e che può rappresentare un valore aggiunto per le imprese che  operano in Italia”. 

Il progetto è sostenuto dal Ministero del Lavoro, da Confindustria e dal Global Compact  Network. Si avvale inoltre del supporto della Fondazione Tent e della Commissione Europea

Il disability management nella gestione della diversità e inclusione lavorativa

Dal rispetto della normativa alla valorizzazione delle pluralità

Di Maria Sofia Iadanza

Nata a Benevento (BN) il 29 gennaio 1996 ha conseguito il titolo di Laurea triennale in Discipline dello Spettacolo e della Comunicazione nel 2018 e il titolo di Laurea magistrale in Comunicazione d’impresa e politica delle risorse umane lo scorso nel maggio 2022. 


Scrivere e raccontare di disabilità per chiunque si trovi fuori da questo confine è senza dubbio complesso e difficile. 

La disabilità è uno status, una condizione, che solo chi vive può conoscere realmente. Chi non sa può cercare di immaginare, di immedesimarsi nella persona, nel suo vivere, nel suo pensare, nel suo sognare. Eppure nulla sembra essere giusto o appropriato. 

Allora si cerca di usare i termini più opportuni, si modifica il linguaggio. Non si parla più di “disabile”, ma di “diversamente abile”, non si parla più di “diversità”, ma di “pluralità” e ci si chiede: tutto questo basta? Una parola è sufficiente a definire una condizione e a modificarne il significato? Forse no. Probabilmente è il pensiero stesso a dover essere cambiato. 

Se si cominciasse a pensare unicamente alla persona, con i propri limiti e con le proprie forze, con le proprie difficoltà e le proprie capacità, con le proprie paure e i propri sogni, magari tutti saremmo, finalmente, considerati allo stesso modo, non uguali, ma unici. 

Tale concetto, ovvero l’unicità, rappresenta il fulcro di questa ricerca. 

Essere visti e riconosciuti per ciò che si è, permette all’essere umano di realizzare il proprio progetto di vita. Un progetto che include un’indipendenza e un’autodeterminazione in tutti gli ambiti della vita privata, sociale e lavorativa. Quest’ultima, in particolare, rappresenta una vera e propria conquista, perché il lavoro è uno strumento di identificazione e di crescita personale a cui tutti hanno diritto. 

Date tali premesse, è chiaro come l’obiettivo principale sia quello di indagare come i concetti di disabilità e di lavoro si siano evoluti per dar spazio alla realizzazione di quella che viene definita inclusione lavorativa delle persone con disabilità. 

L’intento è di esplicare e, allo stesso tempo, creare nuovi schemi di significato e nuovi sistemi di azione adeguati allo sviluppo di un mondo realmente inclusivo. 

Il fine ultimo è quello di far comprendere che la disabilità non è una categoria da escludere, ma una risorsa da valorizzare perché può costituire un valore aggiunto e un vantaggio competitivo per le aziende. 

I riferimenti teorici hanno origine, prima di tutto, dall’insieme di pratiche del Diversity and Inclusion Management, volte a valorizzare le diversità, a partire dalla descrizione e analisi delle principali forme di diversity, in particolare il ruolo delle donne nei contesti lavorativi, le relazioni intergenerazionali, le varietà etnico-culturali e le risorse disabili. 

Relativamente a quest’ultima categoria, l’approfondimento riguarda la nascita e lo sviluppo del Disability Management, l’approccio gestionale che segna il passaggio da una logica di puro assistenzialismo alla valorizzazione delle risorse. Un cambiamento possibile anche grazie al contributo letterario dei Disability Studies e all’approccio bio-psico-sociale dell’ICF, entrambi in grado di trasformare e ripensare il concetto tradizionale di disabilità, legato esclusivamente al limite. 

L’analisi, poi, non può prescindere dall’importanza della questione normativa, come chiave di volta nella tutela e gestione dei diritti delle persone disabili e nella trattazione dei doveri da parte dei datori di lavoro. Ambito in cui si presta maggior attenzione all’innovazione legislativa su scala globale e soprattutto nazionale, rappresentata dalla legge n.68 del 1999 e dal passaggio dal collocamento obbligatorio al collocamento mirato. 

Tuttavia, è necessario riconoscere come oggi si sia verificato un cambiamento culturale che ha permesso di andare oltre il rispetto della normativa e mettere in atto una reale inclusione e valorizzazione delle pluralità. Pertanto, si introduce il concetto di “risorse disabili” come parte del capitale umano, il quale possiede capacità, competenze e potenzialità in grado di costituire una risorsa e un vantaggio competitivo per l’azienda, oltre le barriere e le discriminazioni. 

Tali premesse hanno mosso la curiosità di indagare ed evidenziare l’impegno delle aziende per l’inclusione lavorativa delle risorse disabili. 

È stato svolto un processo di analisi delle aziende e dei progetti messi in atto per favorire l’integrazione e l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità. 

L’indagine esplorativa è stata finalizzata alla ricerca dei fattori e delle best practices da adottare in azienda, con l’obiettivo di includere i lavoratori con disabilità, andando oltre il mero obbligo di legge ed impegnandosi nel valorizzare le capacità e le potenzialità delle risorse disabili. 

Tra i progetti analizzati, protagonista anche il progetto “FormidAbili”, realizzato da Leroy Merlin Italia in collaborazione con la società di benefit (RI)GENERIAMO, l’agenzia di ricerca e selezione AbileJob ed altre associazioni di respiro nazionale attive nell’ambito della disabilità. 

Un progetto altamente ambizioso e sfidante con l’obiettivo di inserire persone con disabilità intellettiva all’interno dei negozi. 

Per realizzarlo non è bastata una tradizionale forma di inserimento, ma è stato fondamentale lavorare sulla cultura dell’integrazione, della valorizzazione della diversità e dell’unicità. Questo è stato possibile grazie alla formazione, la quale ha investito tutto il personale, dai manager ai colleghi diretti. 

L’espressione obbligo di legge è una frase che non è mai stata pronunciata. Si è parlato piuttosto di opportunità e inclusività. 

La cultura di Leroy parla di persone. Le persone sono al centro. Tutti partecipano alla vita lavorativa, ognuno con i propri talenti e le proprie caratteristiche. Per questo bisognerebbe parlare di partecipazione, piuttosto che di inclusione e di unicità, piuttosto che diversità. 

I risultati hanno confermato la tesi secondo cui le aziende, oggi, non considerano più la disabilità come un obbligo, un problema, o un timore, bensì come un’opportunità di crescita, di cambiamento e di innovazione. La chiave sta nel non sentirsi sole o abbandonate, ma sostenute, supportate ed accompagnate dall’innovazione normativa e, soprattutto, dagli strumenti e dalle capacità messe a disposizione da una rete di realtà organizzative, pubbliche e private, le quali costituiscono un ruolo fondamentale e determinante per le aziende stesse. A questo si accompagna il non avere paura, ma avere il coraggio e la curiosità di aprirsi a nuove sfide e scenari futuri. 

Un piccolo gesto per la biodiversità: i nostri giardini per impollinatori

In occasione della “giornata mondiale delle api” abbiamo deciso di aiutare i nostri amici impollinatori con un piccolo gesto: la costruzione di giardini  presso scuole o giardini di quartiere. I nostri Negozi, dal Nord al Sud d’Italia hanno costruito e programmato… giardini.


Le api e gli insetti impollinatori (bombi, farfalle, api solitarie e non solo) hanno bisogno di nutrirsi tutto l’anno e oltre all’ambiente anche l’uomo con la sua opera può fare qualcosa per loro. Creare prati e giardini per gli insetti impollinatori vuol dire restituire nettare e polline alle api, abbellire il paesaggio, ricordare il valore importante della funzione di impollinazione senza la quale più del 70% del cibo che conosciamo non esisterebbe. Aumentare le fonti di cibo significa ringraziare gli insetti impollinatori, di cui le api da miele sono una parte, per la loro funzione e connessione nel nostro delicato pianeta.

Un professore dell’Università del Sussex, nel 2013, scrisse su un giornale scientifico che si può essere apicoltori anche senza allevare le api, ma creando pascoli e fonti di cibo per gli insetti impollinatori.

A supporto del progetto stiamo utilizzando il nuovo prodotto Geolia – (RI)GENERIAMO: “IL PRATO AMICO DELLE API”.
Un miscuglio di prato e piante mellifere con fiori ricchi di nettare e polline che nutrono le api e gli altri insetti impollinatori.

Per fare un albero… Intervista a Luca Pereno, Amministratore di (RI)GENERIAMO

È stata pubblicata a inizio maggio la Relazione annuale d’impatto 2021 di (RI)GENERIAMO, la Società benefit e B Corp sostenuta da Leroy Merlin.
Con Luca Pereno, Amministratore e cofondatore di (RI)GENERIAMO, ne abbiamo approfondito i contenuti.

È la seconda Relazione di (RI)GENERIAMO. Quali le principali differenze con la prima del 2020?

Sono molte. La relazione di quest’anno e quella dell’anno scorso, infatti, praticamente non sono paragonabili. Prima di tutto perché nel 2020 l’attività di (RI)GENERIAMO, che è nata nel giugno di quell’anno, era proprio agli inizi. Poi perché non avevamo voluto sottoporre nessun progetto a una valutazione specifica di impatto, dato che si lavorava ancora prevalentemente sugli obiettivi da raggiungere piuttosto che su progetti veri e propri. C’era molto da strutturare, insomma. Quest’anno invece abbiamo potuto inserire risultati numerici di una certa consistenza, di cui siamo piuttosto contenti.

Quali sono i contenuti al centro della Relazione?

Il progetto I FormidAbili è quello che abbiamo individuato quest’anno per effettuare una valutazione d’impatto specifica, poiché è il progetto che si è sviluppato con più velocità e si è ramificato in più direzioni. Poi abbiamo dato spazio alla certificazione B Corp, che è arrivata formalmente all’inizio del 2022 ma sulla quale naturalmente abbiamo lavorato per parecchi mesi, in particolare per il processo di autovalutazione, nel corso del 2021. Una certificazione che, oltre a farci piacere, riteniamo dia ancora maggiore affidabilità a tutto il progetto di bilancio. Vorrei anche sottolineare come l’impianto complessivo della relazione sia stato costruito utilizzando metaforicamente l’immagine dell’albero. Il documento parte infatti dalla descrizione delle “radici”, che sono i nostri valori, cioè il lavoro e l’inclusione, insieme al radicamento sul territorio. Poi si passa al “fusto” dell’albero, che è rappresentato dal nostro essere una Società benefit, dalla struttura che abbiamo dato all’impresa, con l’unione dei vari stakeholder, e dal modo in cui impostiamo il nostro agire. Infine ci sono i “frutti”, vale a dire i risultati dei nostri progetti, alcuni più sviluppati di altri, che complessivamente sono sintetizzati in senso quantitativo dalla misura del BES (Benessere Equo e Sostenibile). Del resto, com’è noto, sono tanti gli elementi indispensabili “per fare un albero”…

Forse meno del 2020, tuttavia anche il 2021 è stato segnato dall’emergenza pandemica. Quale impatto ha avuto sull’attività di (RI)GENERIAMO?

(RI)GENERIAMO è nata con il primo lockdown del 2020, per cui è abituata dalla nascita ad affrontare difficoltà anche grandi. Così come è abituata alla sperimentazione di iniziative, di pratiche, di modi di fare che siano di rottura con il tradizionale concetto di CSR o di sostenibilità. Possiamo anzi dire che, forse paradossalmente, la pandemia ci ha condizionato in senso positivo. Perché mettendo in crisi un po’ tutto, del modo usuale di fare le cose, ci ha di fatto costretti non solo a provare a cambiare, ma anche ad accelerare nel cambiamento. Di cui c’era bisogno urgente.

L’obiettivo per il futuro è far crescere un albero sempre più grande o avere tanti alberi che crescono insieme?

L’albero dei progetti avviati c’è, ma è ancora piccolo, per cui senz’altro ha bisogno di crescere per moltiplicare i suoi frutti. E quest’anno continueranno a svilupparsi progetti già in essere come in particolare Generatelier e Terra Inclusiva. Il nostro obiettivo prioritario, però, è molto chiaro: siccome nessun albero da solo fa una foresta, lavoreremo per far nascere molti altri alberi in corrispondenza di molti altri progetti, affinché ognuno possa sostenere l’altro. Faccio alcuni esempi, di cui parliamo nella relazione: c’è il progetto già in cantiere di Cascina Falchera con l’Associazione Liberitutti, che è fra i partner di (RI)GENERIAMO. Ci sono i progetti delle Accademie (l’Accademia degli Artigiani, l’Accademia del Bosco, l’Accademia per il Contrasto alla Povertà energetica) e delle Riparazioni sociali (il primo test sarà a Torino). A settembre, inoltre, con (RI)GENERIAMO parteciperemo all’evento di Economy of Francesco e prima, a giugno, al Festival Cinemambiente di Torino, in cui parleremo in particolare del bosco come risorsa fondamentale in una prospettiva di ecologia integrale.

Quanto è importante comunicare quello che si è fatto, e che si vuol fare?

Io credo che il momento della valutazione del nostro operato e della sua successiva comunicazione sia assolutamente fondamentale. Aiuta a capire, infatti, se si è davvero ottenuto qualcosa di concreto. La concretezza è proprio ciò su cui si fonda la nostra comunicazione: numeri, elementi precisi e circostanziati, progettualità concrete, cose tangibili e verificabili, come si può vedere nella relazione. Aggiungo che una comunicazione che vuol essere credibile, e quindi efficace, deve anche raccontare dei risultati non ancora raggiunti, delle cose che non vanno, perché ciò rende ancora più apprezzabili i risultati positivi. Non si può essere bravi in tutto. Dichiararlo con trasparenza è il primo passo per cercare di migliorare.