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Emporio Fai da Noi: risultati 2020

Gli Empori Fai da Noi sono luoghi di condivisione di materiale dove le persone o le famiglie in difficoltà che necessitano di effettuare lavori di manutenzione di base, piccole ristrutturazioni o lavori di decorazione, possono utilizzare gratuitamente – come presso una biblioteca – gli utensili necessari.
A questi utenti l’Emporio può fornire dei kit di merce consumabile (vernici, stucchi, malta, lampadine) e/o dell’attrezzatura necessaria per i lavori con il coinvolgimento del “reso solidale”. Leroy Merlin crede nell’importanza di una società fondata sulla condivisione, in cui fare rete diventa non solo una necessità, ma anche un valore per la comunità. Un’idea originale per offrire aiuto a persone e famiglie in difficoltà ma soprattutto per generare valore sociale per la comunità.

Malgrado i mesi di chiusura e le difficoltà del 2020, i risultati premiano la bontà del progetto: sono stati effettuati 274 prestiti di utensili e 8.059 prodotti sono stati donati. Più di 165 bancali di merce (per un valore superiore ai 118.000 €) è stata recuperata e donata gratuitamente agli Enti coinvolti nel progetto.

LEROY MERLIN ITALIA nella TOP 20 del DIVERSITY BRAND INDEX

LEROY MERLIN ITALIA è tra i migliori brand secondo il Diversity Brand Index che ha elaborato le valutazioni di uno specifico Comitato Scientifico e le ha sommate alle valutazioni di consumatrici e consumatori, raccolte tramite una web survey.

Il risultato finale ci vede posizionati tra le TOP 20!
Un importante riconoscimento che premia l’impegno nel promuovere costantemente l’inclusione e la diversità, con l’obiettivo di valorizzare e integrare le differenze e creare un beneficio per tutti, dal lavoratore all’azienda, fino alle comunità in cui operiamo.

Sappiamo di non essere perfetti, ma i nostri valori ci spingono a rafforzare la nostra strategia di responsabilità sociale partendo da questa consapevolezza.

Proprio l’imperfezione per noi rappresenta uno stimolo per migliorare e raggiungere il nostro obiettivo: essere un’azienda sostenibile secondo una strategia contributiva.

Da questo percorso è nato, per esempio, il progetto (RI)GENERIAMO, impresa benefit che vede Leroy Merlin tra i fondatori e che promuove un’economia che valorizzi, in un’ottica imprenditoriale, le persone nella loro diversità e le renda protagoniste nell’attuale sistema di mercato, riconoscendo valore ai prodotti da loro realizzati e generando nuovi perimetri.

Il negozio, secondo questa strategia, si trasforma in punto di raccordo che crea relazioni tra le persone e che include le persone più fragili, in un’ottica di economia civile capace di produrre valore economico e sociale.

Costruiamo il futuro… affidandoci ai giovani

Di Luigino Bruni, Università LUMSA, Presidente Scuola di Economia Civile

Le storie di (RI)GENERIAMO: Tra “imprese-organismo” e “imprese-macchina”. Intervista a Francesco Mondora, Ceo di Mondora

Quali sono le principali differenze tra un’impresa “normale” e un’impresa benefit? Lo abbiamo chiesto a Francesco Mondora, fondatore e Ceo di Mondora, fra le prime aziende in Italia ad ottenere la certificazione B Corp e a trasformarsi in società benefit. Francesco Mondora è anche consigliere di Assobenefit, l’associazione delle società benefit di cui fa parte anche (RI)GENERIAMO, la società benefit sostenuta da Leroy Merlin.

In cosa le società benefit sono differenti?

Le imprese che rigenerano sono “imprese-organismo”, come a me piace definirle: cioè hanno un cuore, un respiro, sono organismi viventi. Questa è la grande differenza da quelle che possiamo invece chiamare “imprese-macchina”, che si concentrano sull’ottimizzazione dei processi. Che è una cosa giusta, come un’atleta che si allena per migliorare la sua prestazione, ma non basta per essere rigenerative. In realtà sono tante le imprese-organismo, ma non tutte vogliono etichettarsi.

Perché le “imprese-organismo” sono rigenerative?

La rigeneratività è caratteristica degli organismi viventi. Il corpo umano, ad esempio, continua a rigenerarsi: studi ormai dimostrano che si rigenera ogni sette anni. Per le imprese-organismo è lo stesso: sono alla costante ricerca di un loro equilibrio, che le identifica e in un certo senso le rende perfette, e per trovarlo si rigenerano continuamente. Sia internamente, sia nella relazione con l’esterno. Un’altra caratteristica fondamentale è che queste imprese hanno la consapevolezza di dover trovare un equilibrio nell’ambito delle relazioni di interdipendenza che hanno: con le altre aziende, con l’ambiente, la società, in generale con il resto del mondo. Per cui, ad esempio, non inquinare diventa una scelta logica, ancor prima che giusta, perché se inquino il mondo con cui sono in interdipendenza, mi faccio del male da solo. Così pure nelle relazioni con i collaboratori, i clienti, fornitori: se “inquino” queste relazioni, sto agendo contro il mio interesse, contro il mio equilibrio.

Perché è importante dichiarare di voler operare come “impresa-organismo”, o comunque ottenere un riconoscimento in tal senso?

Intanto perché anche l’organismo deve monitorare se sta bene o male, quanti battiti ha il cuore, com’è il respiro, l’ossigenazione e così via. Il processo di valutazione e di certificazione, penso alle B Corp, non è altro che il monitoraggio e la misurazione di come sta l’organismo, di quanto è o meno in equilibrio. E poi c’è la questione dell’intenzionalità, o vocazione. L’impresa deve cioè trovare il modo attraverso cui può dare intenzionalmente il proprio contributo a beneficio della collettività: su cosa, dove e come intende operare? Una volta che l’ha individuato, ha bisogno di uno strumento per dichiararlo al mondo. Diventando società benefit lo può fare attraverso lo Statuto, dove esprime la sua volontà di porsi e di essere riconosciuta come impresa-organismo. Così la finalità dell’impresa non è più solo quella, che comunque resta, di produrre reddito, pagare salari, risolvere problemi con i servizi e beni che realizza, ma c’è anche la finalità di produrre valore per il beneficio comune. Di perseguire un obiettivo anche non economico. Del resto è quello che probabilmente molti di noi si chiedono ogni giorno: oltre all’aspetto economico, quale obiettivo intendo conseguire con il mio lavoro? Il fatto è che siamo immersi in una cultura che ci porta a pensarci in una relazione esclusivamente funzionale con il lavoro. Ma ciò rischia di portare a quella che viene definita “stupidità funzionale”, dove la relazione funzionale è tutto. In questo modo, però, non c’è spazio e non c’è modo per rigenerarsi. Bisogna creare dunque le condizioni, nel modo di operare dell’impresa e nei suoi meccanismi di governo, affinché chi ci lavora possa a sua volta poter sviluppare un processo rigenerativo. E questo si può ottenere, come proviamo a fare in Mondora, attraverso l’omologazione di pratiche non consuete.

Ci può fare un esempio?

Appena diventati B Corp, abbiamo definito una politica per la valutazione dei fornitori fondata su tre aspetti: l’efficacia del bene o servizio fornito; il buon prezzo; e il beneficio comune. Se il fornitore non ha chiaro quest’ultimo aspetto, lo aiutiamo a trovare le modalità con cui produrre beneficio comune, le definiamo contrattualmente e poi verifichiamo l’impatto prodotto. Lo chiamiamo accordo di interdipendenza. E lo utilizziamo per stimolare i nostri partner ad attivarsi su dimensioni che riteniamo importanti nella prospettiva dell’impatto sociale: dall’eliminazione della plastica da certi prodotti alla riduzione del consumo di carta, dalla cura per il benessere dei dipendenti al sostegno all’attività di istituzioni come la scuola ad esempio tramite la donazione di prodotti e servizi, e così via. La relazione commerciale, il nostro lavoro, sono a ben vedere una sorta di pretesto. Il vero fine è la produzione di un beneficio comune.

Vede un futuro in cui tutte le aziende diventeranno benefit?

Credo che tra non molto essere benefit sarà la normalità. La tendenza è netta e con l’emergenza Covid-19 lo è diventata ancora di più. La sola produzione di reddito, per un’azienda, o la sola ricerca di rendimento, per un investitore, non basta più, non permette cioè più di avere credito, credibilità, legittimazione sociale. Le organizzazioni devono occuparsi delle persone. Tutti noi sentiamo, e con la pandemia in maniera accentuata, che l’interesse comune, il beneficio comune è prioritario. Tutto ciò diventerà pervasivo. Si tratta di una sorta di nuovo umanesimo in cui possiamo dire che il nostro Paese, pioniere nell’introduzione delle società benefit, è all’avanguardia.

We make it positive

Di Francesco Vinci, Leroy Merlin Italia


Il negozio Leroy Merlin Rimini tra gli impegni presi, a seguito della condivisione della strategia Useful di ADEO, ha quello della cessione delle Demarque. 
Ieri 31 marzo 2021 il negozio ha donato box doccia e porte da interno all’Associazione il Melograno di Lugo (RA), Un piccolo gesto (ma è solo l’inizio!) che rappresenta la nostra  grande volontà di essere utili a noi, agli altri e al mondo.
Questo infatti è un progetto che ha impatti positivi sulla gestione economica, sull’ambiente e sulla comunità.
Volete conoscere il prossimo obiettivo?
Aprire l’Emporio Fai Da Noi con l’Associazione il Melograno!

Le storie di (RI)GENERIAMO: intervista a Paola Chiadò Caponet, cooperativa sociale Il Margine

La cooperativa sociale Il Margine di Torino è fra le realtà coinvolte nei progetti di (RI)GENERIAMO, la società benefit sostenuta da Leroy Merlin Italia. Della sua attività “rigenerativa” e ad alto impatto sociale abbiamo parlato con Paola Chiadò Caponet, coordinatrice della cooperativa.

Com’è nato il rapporto con (RI)GENERIAMO?

La nostra cooperativa sociale è attiva da oltre 40 anni e oggi possiamo dire di essere una tra le maggiori cooperative sociali del torinese. Verso la fine dell’anno scorso una nostra serra è stata coinvolta in una delle giornate di volontariato “Bricolage del Cuore” che Leroy Merlin promuove regolarmente. Da questo incontro è nata la voglia di immaginare e poi costruire insieme progetti “rigenerativi”. Con (RI)GENERIAMO e con Leroy Merlin.

Quali sono le aree di attività principali della cooperativa sociale?

Il Margine è una cooperativa sociale mista, cioè sia di tipo A (servizi alla persona), sia di tipo B (inclusione lavorativa di soggetti svantaggiati). All’interno di “Margine B”, così noi chiamiamo la parte della nostra cooperativa che si occupa appunto dell’inserimento lavorativo di persone in situazione di fragilità, quali ad esempio ex-detenuti, ex-tossicodipendenti, soggetti inviati dai Servizi di salute mentale, è stata costituita una squadra che si occupa della manutenzione di tutte le strutture, quasi una cinquantina, che la cooperativa gestisce in Piemonte. E anche una squadra del verde, che si occupa di attività quali taglio del verde, potatura, cura delle aiuole, fioriere, nelle strutture di cui parlavo e in quelle che la cooperativa prende in gestione a seguito di commesse. Come nel caso della commessa per i Negozi Leroy Merlin di Collegno e di Moncalieri (To), come pure di altre su cui la squadra è attiva. Oggi, infatti, sono sempre più numerose le aziende che decidono di lavorare con realtà della cooperazione sociale. Bisogna comunque partecipare a gare, e vincerle, per ottenere queste commesse: dobbiamo stare sul mercato e lavorare bene, perché la concorrenza c’è.

Gli aspetti più “rigenerativi” del vostro lavoro in cosa consistono?

In un certo senso il fine rigenerativo è connesso alla nostra stessa attività. In ogni caso ritengo che la caratteristica di rigeneratività più evidente di ciò che facciamo è data dal fatto che coinvolgiamo persone fragili, difficilmente impiegabili nelle normali attività produttive e che il lavoro aiuta, oltre a portare sostegno economico a non restare ai margini della società e quindi a rigenerarsi. Potremmo lavorare con chiunque, ma scegliamo di farlo con queste persone. Formandole, reinserendole, aiutandole a riprendere il loro posto all’interno della società. Vedere persone che possono lavorare, sfruttando le loro competenze, pur vivendo uno stato di fragilità, è una grande soddisfazione. Come lo è ricevere l’attenzione di una grande azienda quale Leroy Merlin: essere riconosciuti dà ancora più valore a ciò che fai, inoltre è un passo fondamentale nel riconoscimento della dignità delle persone che accompagniamo nei percorsi di inserimento lavorativo. Di questi aspetto raccontiamo da anni nel nostro bilancio sociale, che al nostro interno ha dignità pari se non superiore al bilancio d’esercizio. Teniamo molto a raccontare il nostro lavoro e il suo impatto. Da quest’anno abbiamo anche lanciato un magazine con cui condividiamo ciò che facciamo mese per mese.

Crede che questo modo di guardare alle attività economiche, che mette al centro la rigeneratività e l’impatto sociale che si produce, possa fare breccia su vasta scala?

Se guardo al nostro modello, posso dire almeno una cosa con certezza: che funziona. Anche su larga scala credo che questo modello sia premiante. Spesso quello che serve per iniziare a sviluppare progettualità comuni, ad esempio tra realtà come la nostra e aziende come Leroy Merlin, è solo innescare la scintilla. Poi provare a dar vita a una rete di soggetti, dalle associazioni sul territorio alle istituzioni, con cui condividere il progetto. E poi avere la volontà di realizzarlo. Quando infine si parte, in genere si vede che questi progetti piacciono, che ciò che intendono realizzare trova la giusta attenzione e stimola partecipazione. Insieme si riesce a generare cambiamento.

(RI)GENERIAMO la nostra cura del verde

Per proseguire nel processo di integrazione, (RI)GENERIAMO e Leroy Merlin attivato in sinergia con Cooperative di tipo B il progetto “cura del verde”.
Un progetto che prevede l’affidamento della cura delle aree verdi di prossimità e pertinenza dei negozi coinvolti, a cooperative che integrano persone con disabilità in attività quali lo sfalcio dell’erba, la potatura degli alberi e la manutenzione delle aiuole.


Al progetto hanno aderito Agricoltura Capodarco, Il Margine e Oikos.

Il progetto è attivo presso i Punti Vendita Leroy Merlin di: Laurentina, Romanina, Tiburtina, Ciampino Moncalieri, Collegno, Solbiate, Piacenza, Nova, Lissone, Piacenza, Agrate, Pavia e Baranzate.

Le storie di (RI)GENERIAMO: Tra generatività e social business. Intervista a Enrico Testi (ARCO Lab, Yunus Social Business Centre)

La generatività, a cui si ispira la società benefit (RI)GENERIAMO sostenuta da Leroy Merlin, e il social business sono la stessa cosa?
Sono ugualmente capaci di contaminare il “business as usual” nel senso della sostenibilità sociale e ambientale?
Abbiamo posto queste domande a Enrico Testi, Direttore del Laboratorio di Ricerca ARCO-Action Research for Co-Development e dello Yunus Social Business Centre University of Florence.

Tra generatività e social business sono più le somiglianze o le differenze?

Il paradigma che ha ispirato e fa da riferimento a un’esperienza come quella della società benefit (RI)GENERIAMO è quello della generatività, collegato all’approccio dell’economia civile. Che si fonda sull’idea di un modello di sviluppo finalizzato alla creazione di valore appunto economico e sociale insieme. Questa idea di fondo non è sostanzialmente diversa da ciò che si prefigge il social business inteso secondo il modello di Yunus, per cui l’ambito in cui si muove (RI)GENERIAMO può essere considerato quello dell’impresa sociale, da intendersi nel senso più ampio. Al riguardo va detto che sebbene dal punto di vista formale vi siano delle differenze, ad esempio quanto alla possibilità o meno di distribuzione di eventuali dividendi, spesso le distinzioni sono di fatto abbastanza labili, specie se guardiamo alla tipologia delle attività che in concreto vengono svolte. La componente più interessante e innovativa di una realtà come (RI)GENERIAMO è legata invece, a mio avviso, al rapporto, direi alla commistione che realizza con la grande impresa.

In che senso?

Quando parlo di commistione mi riferisco ad esempio al fatto che persone che lavorano in Leroy Merlin ricoprono anche un ruolo in (RI)GENERIAMO: è lì la chiave più interessante di questa iniziativa, se la mettiamo in relazione alle molteplici modalità in cui si può esprimere la responsabilità sociale d’impresa, o CSR. Perché, in prospettiva, (RI)GENERIAMO apre ad un modello di responsabilità sociale con una progettualità molto ampia, con implicazioni forti in termini di relazioni che si vanno ad instaurare. Ad esempio tra il lato della produzione, da parte della società benefit, e quello della distribuzione, da parte della grande impresa, in questo caso Leroy Merlin.

Quest’esperienza può diventare un modello di riferimento?

Non mi sento di poterlo affermare ad oggi, perché si tratta di un’iniziativa nata relativamente da poco. Voglio però dire che se dovesse avere successo, come sinceramente auguro a chi la sta portando avanti, in futuro altri potrebbero trarne ispirazione e in qualche modo replicarla, riproporla, contribuendo quindi a diffonderla. In particolare penso a grandi imprese che, nell’ambito del modo in cui interpretano la CSR, già adottano iniziative di business inclusivo a livello di filiera. Ma non prevedono la costituzione ad hoc di una società benefit e poi la costruzione con essa di relazioni commerciali anche importanti. Credo che quella del coinvolgimento sempre più forte e strutturale della grande impresa, direi pervasivo al suo interno, in ogni fase del processo di creazione di valore attraverso un modello di business inclusivo, sia una strada comunque destinata ad affermarsi in futuro.

Crede sia passata l’idea che il “business as usual” non è più un’opzione? C’è consapevolezza della necessità di un cambiamento profondo nel modo d’intendere l’attività d’impresa?

La mia impressione è che forse in alcuni mondi tutto ciò stia passando più velocemente che in altri. La finanza, ad esempio, mi pare abbia iniziato a muoversi più velocemente rispetto alle imprese. Tutto il tema dei criteri di sostenibilità sociale e ambientale applicati dai fondi d’investimento, dai fondi pensione, è ormai piuttosto sviluppato, anche perché le persone vi prestano oggi grande attenzione. C’è poi tutto il tema della finanza a impatto sociale, l’impact investing, dove la mia impressione è che l’offerta di investimenti, cioè le risorse già pronte ad essere investite alla ricerca di un impatto sociale positivo, sia notevolmente superiore alla domanda, cioè alle effettive attività e progetti da finanziare, soprattutto di grossa scala, che integrano quei principi. C’è evidentemente il problema di far incontrare la domanda e l’offerta. E c’è anche il timore in alcune realtà, che magari sarebbero già pronte o comunque attraenti per questi investitori, di venire un po’ snaturate entrando in certe dinamiche legate alla scalabilità e al ritorno degli investimenti. Si tratta evidentemente di processi lunghi, che toccano aspetti anche culturali, e non bisogna avere troppa voglia di accelerarli. È chiaro che, invece, avere delle grandi imprese che già si muovono integrando certe modalità e sperimentando iniziative innovative, come nel caso di (RI)GENERIAMO con Leroy Merlin, può aiutare non poco nel senso dell’auspicato cambiamento.

Costruiamo il futuro… a partire dalle donne

Di Alessandra Smerilli, Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium

“Una famiglia felina piena di energia” vince il primo premio del concorso “Dai un taglio alla povertà energetica”

Autrice Valentina Palmieri, segue al secondo posto Giorgia Merlin con “Obiettivi generazionali” e terzo Tiziano Palopoli con “Comunità energetiche strategie vincenti contro la povertà energetica”

Di Agnese Cecchini, canaleenergia.com


È Valentina Palmieri la vincitrice del primo premio del concorso “Dai un taglio alla povertà energetica”. L’annuncio oggi, 19 febbraio, nel corso del convegno organizzato dall’Alleanza contro la povertà energetica e Canale energia “Le comunità energetiche e il potenziale delle rinnovabili per combattere la povertà energetica”.  

Le opere pervenute sono state davvero molte. Con diversi spunti e accezioni hanno descritto il risparmio energetico e l’importanza delle energie rinnovabili. Tutte le opere sono visionabili sul sito dell’Alleanza contro la povertà energetica.

I premi e le motivazioni del concorso “Dai un taglio alla povertà energetica”

L’opera vincitrice del primo premio, dal titolo “Una famiglia felina piena di energia”, presenta una famiglia di gatti che usano in modo sconsiderato gli elettrodomestici di casa. Nel testo l’autrice suggerisce al lettore simulando un gaming di aiutare la famiglia che spreca energia a consumare meglio.

“Una modalità espressiva vivida e ingaggiante che attira l’attenzione e fa riflettere sui temi degli sprechi energetici” così Stefania Savona, comunication and brand director di Leroy Merlin, giurata del premio e sponsor dell’iniziativa “ed è un messaggio che arriva diretto. L’immediatezza è fondamentale sui social”.

Opera di Valentina Palmieri, primo premio del concorso “Dai un taglio alla povertà energetica” presentata da Stefania Savona, Leroy Merlin

Ho preferito rappresentare una famiglia di felini piuttosto che umana”, spiega l’autrice Valentina Palmieri “perché non volevo trasmettere un rimprovero alle persone sugli sbagli quotidiani che facciamo tutti sull’energia”. “Il gioco di cercare i difetti, nasce invece come escamotage per la facilità con cui si analizzano i difetti degli altri. Ho pensato che nel guardare ai difetti si possa anche imparare delle buone pratiche”.

Mentre la scelta dei gatti nasce dalla simpatia e dalla tendenza ad essere un po’ “pasticcione” e “dispettoso” di questo animale.

Opera di Giorgia Merlin secondo premio del concorso “Dai un taglio alla povertà energetica” presentata da Laura Colombo Banco dell’energia onlus

Secondo premio invece a Giorgia Merlin con l’opera “Obiettivi generazionali” un’immagine che evidenzia di più l’aspetto sociale della povertà energetica, come spiega la giurata del premio Laura Colombo, segretario generale Banco dell’energia: “Un’opera che ben rappresenta il tema della rete, dei deboli degli anziani, dei bambini. La sfida della povertà, si può vincere soltanto con reti di progetti e di persone. Il premio è centratissimo e ben collegato al Banco dall’energia. Non manca” conclude la Colombo “l’aspetto della sostenibilità con la lampadina green e il fiore”.

Il senatore Gianni Pietro Girotto presenta l’opera vincitrice del terzo premio del concorso “Dai un taglio alla povertà energetica” di Tiziano Palopoli

Infine il terzo premio è stato annunciato dal presidente della giuria del concorso il senatore Gianni Pietro Girotto. Il tema dell’opera di Tiziano Palopoli è “Comunità energetiche strategie vincenti contro la povertà energetica” . Un premio che, come sottolinea lo stesso Girotto, va a valorizzare oltre alla scelta grafica anche l’aver messo l’accento su una soluzione tecnologica possibile e disponibile.

L’elenco completo dei giurati

L’elenco di tutti i giurati in ordine alfabetico: Agnese Cecchini direttore responsabile Canale energia, Laura Colombo, segretario generale Banco dell’energia onlus, Paolo Di Censi graphic designer/illustratore di Gruppo Italia energia, Dario Di Santo dg Federazione italiana uso razionale dell’energia, Katiuscia Eroe responsabile energia di Legambiente, Roberto Gerbo esperto di gestione energia, Emilio Sani avvocato, coordinatore Gdl legislativo e regolatorio di Italia solare, Ilaria Sabatino graphic designer di Gruppo Italia energia, Stefania Savona Communication and brand director at Leroy Merlin Italia, Sarah Supino avvocato presso lo studio Salvini e soci – studio legale tributario fondato da F. Gallo, Marina Varvesi responsabile dell’area di “Innovazione e ricerca” in Aisfor srl, Benedetta Voltaggio avvocato presso lo studio Salvini e soci – studio legale tributario fondato da F. Gallo.