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Il disability management nella gestione della diversità e inclusione lavorativa

Dal rispetto della normativa alla valorizzazione delle pluralità

Di Maria Sofia Iadanza

Nata a Benevento (BN) il 29 gennaio 1996 ha conseguito il titolo di Laurea triennale in Discipline dello Spettacolo e della Comunicazione nel 2018 e il titolo di Laurea magistrale in Comunicazione d’impresa e politica delle risorse umane lo scorso nel maggio 2022. 


Scrivere e raccontare di disabilità per chiunque si trovi fuori da questo confine è senza dubbio complesso e difficile. 

La disabilità è uno status, una condizione, che solo chi vive può conoscere realmente. Chi non sa può cercare di immaginare, di immedesimarsi nella persona, nel suo vivere, nel suo pensare, nel suo sognare. Eppure nulla sembra essere giusto o appropriato. 

Allora si cerca di usare i termini più opportuni, si modifica il linguaggio. Non si parla più di “disabile”, ma di “diversamente abile”, non si parla più di “diversità”, ma di “pluralità” e ci si chiede: tutto questo basta? Una parola è sufficiente a definire una condizione e a modificarne il significato? Forse no. Probabilmente è il pensiero stesso a dover essere cambiato. 

Se si cominciasse a pensare unicamente alla persona, con i propri limiti e con le proprie forze, con le proprie difficoltà e le proprie capacità, con le proprie paure e i propri sogni, magari tutti saremmo, finalmente, considerati allo stesso modo, non uguali, ma unici. 

Tale concetto, ovvero l’unicità, rappresenta il fulcro di questa ricerca. 

Essere visti e riconosciuti per ciò che si è, permette all’essere umano di realizzare il proprio progetto di vita. Un progetto che include un’indipendenza e un’autodeterminazione in tutti gli ambiti della vita privata, sociale e lavorativa. Quest’ultima, in particolare, rappresenta una vera e propria conquista, perché il lavoro è uno strumento di identificazione e di crescita personale a cui tutti hanno diritto. 

Date tali premesse, è chiaro come l’obiettivo principale sia quello di indagare come i concetti di disabilità e di lavoro si siano evoluti per dar spazio alla realizzazione di quella che viene definita inclusione lavorativa delle persone con disabilità. 

L’intento è di esplicare e, allo stesso tempo, creare nuovi schemi di significato e nuovi sistemi di azione adeguati allo sviluppo di un mondo realmente inclusivo. 

Il fine ultimo è quello di far comprendere che la disabilità non è una categoria da escludere, ma una risorsa da valorizzare perché può costituire un valore aggiunto e un vantaggio competitivo per le aziende. 

I riferimenti teorici hanno origine, prima di tutto, dall’insieme di pratiche del Diversity and Inclusion Management, volte a valorizzare le diversità, a partire dalla descrizione e analisi delle principali forme di diversity, in particolare il ruolo delle donne nei contesti lavorativi, le relazioni intergenerazionali, le varietà etnico-culturali e le risorse disabili. 

Relativamente a quest’ultima categoria, l’approfondimento riguarda la nascita e lo sviluppo del Disability Management, l’approccio gestionale che segna il passaggio da una logica di puro assistenzialismo alla valorizzazione delle risorse. Un cambiamento possibile anche grazie al contributo letterario dei Disability Studies e all’approccio bio-psico-sociale dell’ICF, entrambi in grado di trasformare e ripensare il concetto tradizionale di disabilità, legato esclusivamente al limite. 

L’analisi, poi, non può prescindere dall’importanza della questione normativa, come chiave di volta nella tutela e gestione dei diritti delle persone disabili e nella trattazione dei doveri da parte dei datori di lavoro. Ambito in cui si presta maggior attenzione all’innovazione legislativa su scala globale e soprattutto nazionale, rappresentata dalla legge n.68 del 1999 e dal passaggio dal collocamento obbligatorio al collocamento mirato. 

Tuttavia, è necessario riconoscere come oggi si sia verificato un cambiamento culturale che ha permesso di andare oltre il rispetto della normativa e mettere in atto una reale inclusione e valorizzazione delle pluralità. Pertanto, si introduce il concetto di “risorse disabili” come parte del capitale umano, il quale possiede capacità, competenze e potenzialità in grado di costituire una risorsa e un vantaggio competitivo per l’azienda, oltre le barriere e le discriminazioni. 

Tali premesse hanno mosso la curiosità di indagare ed evidenziare l’impegno delle aziende per l’inclusione lavorativa delle risorse disabili. 

È stato svolto un processo di analisi delle aziende e dei progetti messi in atto per favorire l’integrazione e l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità. 

L’indagine esplorativa è stata finalizzata alla ricerca dei fattori e delle best practices da adottare in azienda, con l’obiettivo di includere i lavoratori con disabilità, andando oltre il mero obbligo di legge ed impegnandosi nel valorizzare le capacità e le potenzialità delle risorse disabili. 

Tra i progetti analizzati, protagonista anche il progetto “FormidAbili”, realizzato da Leroy Merlin Italia in collaborazione con la società di benefit (RI)GENERIAMO, l’agenzia di ricerca e selezione AbileJob ed altre associazioni di respiro nazionale attive nell’ambito della disabilità. 

Un progetto altamente ambizioso e sfidante con l’obiettivo di inserire persone con disabilità intellettiva all’interno dei negozi. 

Per realizzarlo non è bastata una tradizionale forma di inserimento, ma è stato fondamentale lavorare sulla cultura dell’integrazione, della valorizzazione della diversità e dell’unicità. Questo è stato possibile grazie alla formazione, la quale ha investito tutto il personale, dai manager ai colleghi diretti. 

L’espressione obbligo di legge è una frase che non è mai stata pronunciata. Si è parlato piuttosto di opportunità e inclusività. 

La cultura di Leroy parla di persone. Le persone sono al centro. Tutti partecipano alla vita lavorativa, ognuno con i propri talenti e le proprie caratteristiche. Per questo bisognerebbe parlare di partecipazione, piuttosto che di inclusione e di unicità, piuttosto che diversità. 

I risultati hanno confermato la tesi secondo cui le aziende, oggi, non considerano più la disabilità come un obbligo, un problema, o un timore, bensì come un’opportunità di crescita, di cambiamento e di innovazione. La chiave sta nel non sentirsi sole o abbandonate, ma sostenute, supportate ed accompagnate dall’innovazione normativa e, soprattutto, dagli strumenti e dalle capacità messe a disposizione da una rete di realtà organizzative, pubbliche e private, le quali costituiscono un ruolo fondamentale e determinante per le aziende stesse. A questo si accompagna il non avere paura, ma avere il coraggio e la curiosità di aprirsi a nuove sfide e scenari futuri. 

Un piccolo gesto per la biodiversità: i nostri giardini per impollinatori

In occasione della “giornata mondiale delle api” abbiamo deciso di aiutare i nostri amici impollinatori con un piccolo gesto: la costruzione di giardini  presso scuole o giardini di quartiere. I nostri Negozi, dal Nord al Sud d’Italia hanno costruito e programmato… giardini.


Le api e gli insetti impollinatori (bombi, farfalle, api solitarie e non solo) hanno bisogno di nutrirsi tutto l’anno e oltre all’ambiente anche l’uomo con la sua opera può fare qualcosa per loro. Creare prati e giardini per gli insetti impollinatori vuol dire restituire nettare e polline alle api, abbellire il paesaggio, ricordare il valore importante della funzione di impollinazione senza la quale più del 70% del cibo che conosciamo non esisterebbe. Aumentare le fonti di cibo significa ringraziare gli insetti impollinatori, di cui le api da miele sono una parte, per la loro funzione e connessione nel nostro delicato pianeta.

Un professore dell’Università del Sussex, nel 2013, scrisse su un giornale scientifico che si può essere apicoltori anche senza allevare le api, ma creando pascoli e fonti di cibo per gli insetti impollinatori.

A supporto del progetto stiamo utilizzando il nuovo prodotto Geolia – (RI)GENERIAMO: “IL PRATO AMICO DELLE API”.
Un miscuglio di prato e piante mellifere con fiori ricchi di nettare e polline che nutrono le api e gli altri insetti impollinatori.

Per fare un albero… Intervista a Luca Pereno, Amministratore di (RI)GENERIAMO

È stata pubblicata a inizio maggio la Relazione annuale d’impatto 2021 di (RI)GENERIAMO, la Società benefit e B Corp sostenuta da Leroy Merlin.
Con Luca Pereno, Amministratore e cofondatore di (RI)GENERIAMO, ne abbiamo approfondito i contenuti.

È la seconda Relazione di (RI)GENERIAMO. Quali le principali differenze con la prima del 2020?

Sono molte. La relazione di quest’anno e quella dell’anno scorso, infatti, praticamente non sono paragonabili. Prima di tutto perché nel 2020 l’attività di (RI)GENERIAMO, che è nata nel giugno di quell’anno, era proprio agli inizi. Poi perché non avevamo voluto sottoporre nessun progetto a una valutazione specifica di impatto, dato che si lavorava ancora prevalentemente sugli obiettivi da raggiungere piuttosto che su progetti veri e propri. C’era molto da strutturare, insomma. Quest’anno invece abbiamo potuto inserire risultati numerici di una certa consistenza, di cui siamo piuttosto contenti.

Quali sono i contenuti al centro della Relazione?

Il progetto I FormidAbili è quello che abbiamo individuato quest’anno per effettuare una valutazione d’impatto specifica, poiché è il progetto che si è sviluppato con più velocità e si è ramificato in più direzioni. Poi abbiamo dato spazio alla certificazione B Corp, che è arrivata formalmente all’inizio del 2022 ma sulla quale naturalmente abbiamo lavorato per parecchi mesi, in particolare per il processo di autovalutazione, nel corso del 2021. Una certificazione che, oltre a farci piacere, riteniamo dia ancora maggiore affidabilità a tutto il progetto di bilancio. Vorrei anche sottolineare come l’impianto complessivo della relazione sia stato costruito utilizzando metaforicamente l’immagine dell’albero. Il documento parte infatti dalla descrizione delle “radici”, che sono i nostri valori, cioè il lavoro e l’inclusione, insieme al radicamento sul territorio. Poi si passa al “fusto” dell’albero, che è rappresentato dal nostro essere una Società benefit, dalla struttura che abbiamo dato all’impresa, con l’unione dei vari stakeholder, e dal modo in cui impostiamo il nostro agire. Infine ci sono i “frutti”, vale a dire i risultati dei nostri progetti, alcuni più sviluppati di altri, che complessivamente sono sintetizzati in senso quantitativo dalla misura del BES (Benessere Equo e Sostenibile). Del resto, com’è noto, sono tanti gli elementi indispensabili “per fare un albero”…

Forse meno del 2020, tuttavia anche il 2021 è stato segnato dall’emergenza pandemica. Quale impatto ha avuto sull’attività di (RI)GENERIAMO?

(RI)GENERIAMO è nata con il primo lockdown del 2020, per cui è abituata dalla nascita ad affrontare difficoltà anche grandi. Così come è abituata alla sperimentazione di iniziative, di pratiche, di modi di fare che siano di rottura con il tradizionale concetto di CSR o di sostenibilità. Possiamo anzi dire che, forse paradossalmente, la pandemia ci ha condizionato in senso positivo. Perché mettendo in crisi un po’ tutto, del modo usuale di fare le cose, ci ha di fatto costretti non solo a provare a cambiare, ma anche ad accelerare nel cambiamento. Di cui c’era bisogno urgente.

L’obiettivo per il futuro è far crescere un albero sempre più grande o avere tanti alberi che crescono insieme?

L’albero dei progetti avviati c’è, ma è ancora piccolo, per cui senz’altro ha bisogno di crescere per moltiplicare i suoi frutti. E quest’anno continueranno a svilupparsi progetti già in essere come in particolare Generatelier e Terra Inclusiva. Il nostro obiettivo prioritario, però, è molto chiaro: siccome nessun albero da solo fa una foresta, lavoreremo per far nascere molti altri alberi in corrispondenza di molti altri progetti, affinché ognuno possa sostenere l’altro. Faccio alcuni esempi, di cui parliamo nella relazione: c’è il progetto già in cantiere di Cascina Falchera con l’Associazione Liberitutti, che è fra i partner di (RI)GENERIAMO. Ci sono i progetti delle Accademie (l’Accademia degli Artigiani, l’Accademia del Bosco, l’Accademia per il Contrasto alla Povertà energetica) e delle Riparazioni sociali (il primo test sarà a Torino). A settembre, inoltre, con (RI)GENERIAMO parteciperemo all’evento di Economy of Francesco e prima, a giugno, al Festival Cinemambiente di Torino, in cui parleremo in particolare del bosco come risorsa fondamentale in una prospettiva di ecologia integrale.

Quanto è importante comunicare quello che si è fatto, e che si vuol fare?

Io credo che il momento della valutazione del nostro operato e della sua successiva comunicazione sia assolutamente fondamentale. Aiuta a capire, infatti, se si è davvero ottenuto qualcosa di concreto. La concretezza è proprio ciò su cui si fonda la nostra comunicazione: numeri, elementi precisi e circostanziati, progettualità concrete, cose tangibili e verificabili, come si può vedere nella relazione. Aggiungo che una comunicazione che vuol essere credibile, e quindi efficace, deve anche raccontare dei risultati non ancora raggiunti, delle cose che non vanno, perché ciò rende ancora più apprezzabili i risultati positivi. Non si può essere bravi in tutto. Dichiararlo con trasparenza è il primo passo per cercare di migliorare.

Impatto sociale come scelta identitaria: intervista a Viviana de Luca, co-fondatrice e Ceo di Goodpoint S.b.

Per le Società benefit come (RI)GENERIAMO, sostenuta da Leroy Merlin, questo è il periodo in cui si danno gli ultimi ritocchi alla Relazione annuale d’impatto. Un momento importante di valutazione, quindi, e di rilancio verso nuovi obiettivi. Ne abbiamo parlato con Viviana de Luca, co-fondatrice e Ceo di Goodpoint Società benefit e B Corp.

Qual è la storia di Goodpoint?

Goodpoint è nata undici anni fa e allora le Società benefit (S.b.) non esistevano ancora in Italia. Mentre Le B Corp erano già presenti all’estero ma non ancora da noi. Per cui siamo nati come una normale Srl, ma avere come unica finalità lo scopo di lucro come da Codice civile non faceva per noi, che consideriamo il profitto non un fine ma un mezzo. Per cui abbiamo creato dei patti para-sociali con i quali già orientavamo la nostra attività verso finalità ulteriori: ad esempio abbiamo previsto fin da subito di non distribuire utili. In questo modo esprimevamo un’esigenza che era anche di altre imprese ed evidenziavamo una sorta di carenza normativa. Quando poi c’è stata la possibilità di diventare S.b. lo abbiamo fatto subito, modificando il nostro Statuto. Non si tratta solo di un atto formale, ma ha a che fare con l’identità profonda dell’impresa.

Come si può definire l’impatto sociale che ricercate?

Le S.b. hanno margini di libertà piuttosto ampi nell’interpretare la tipologia di impatto sociale che intendono conseguire. Lo prevede la normativa, volutamente inclusiva, e ritengo sia un suo punto di forza. Noi abbiamo scelto di interpretare il raggiungimento di un beneficio comune come un qualcosa non di accessorio, bensì di intrinseco alla nostra attività d’impresa quotidiana. In senso generale lo abbiamo definito come il contributo che intendiamo offrire allo sviluppo di una comunità più responsabile. Nello specifico, lo abbiamo declinato in tre finalità puntuali. La prima riguarda i servizi di consulenza che offriamo, il cui obiettivo è aiutare le organizzazioni nostre clienti, profit e non profit, a comprendere, far emergere e sviluppare al meglio il proprio ruolo sociale. La seconda finalità è relativa alle persone che lavorano in Goodpoint, a cui cerchiamo di offrire rapporti di lavoro che a noi piace chiamare di qualità, nei quali possano trovare un’occasione di realizzazione personale oltre che professionale. La terza, infine, attiene al valore economico che creiamo attraverso la nostra attività, un valore economico che deve essere sostenibile per tutte le parti coinvolte.

Goodpoint è anche B Corp. Quando avete ottenuto la certificazione?

Il processo per ottenere la certificazione B Corp è avvenuto, casualmente, prima della trasformazione in S.b., in un momento in cui le B Corp in Italia erano quasi tutte società di dimensioni abbastanza piccole, molte start-up. Siamo state fra le prime 50 B Corp in Italia, siamo al terzo rinnovo della certificazione e posso dire con soddisfazione che secondo il modello di valutazione delle B Corp abbiamo il quarto punteggio più alto in Europa, il che ci ha fatto anche ottenere varie volte il riconoscimento come una delle B Corp “Best for the world”. Siamo inoltre accreditati per accompagnare altre imprese nel percorso di certificazione B Corp.

Quali somiglianze e differenze avvertite tra essere Società benefit ed essere una B Corp?

La certificazione B Corp è importante perché è una valutazione di un soggetto terzo, ti dà un riscontro di quello che fai rispetto a uno standard internazionale applicabile a qualunque azienda nel mondo e ti permette di individuare quali sono gli spazi di miglioramento. Tuttavia, proprio perché è uno standard, non riesce a premiare tutti gli sforzi, le azioni, i risultati di un’azienda riguardo alle sue specifiche finalità di beneficio comune. Per cui se oggi potessi scegliere farei prima la trasformazione in S.b. e poi la certificazione B Corp. Perché essere S.b. è una cosa che sento più vicina e aderente alla scelta identitaria profonda che abbiamo fatto come azienda: tocca le scelte strategiche che solo l’impresa può definire, orienta il suo modello di business, definisce le sue specifiche finalità. È una scelta tua, insomma, che tu realizzi e di cui tu sei responsabile, anche davanti alla legge ma prima di tutto davanti ai tuoi dipendenti e a tutti i tuoi stakeholder. È una scelta anche molto personale, bella, espressiva, perché ti offre la possibilità di mettere a fuoco il contributo che vuoi dare come azienda. L’importante è essere consapevoli che S.b. e B Corp sono due cose diverse, due strumenti, ciascuno dei quali offre delle opportunità interessanti.

La ricerca dell’impatto sociale come scelta identitaria ha un “impatto” sul modo in cui gli stakeholder vi guardano e si relazionano con voi?

Sì, la nostra percezione è senza dubbio che l’essere S.b. e B Corp ha un effetto molto positivo. Anche perché facciamo lo sforzo di tradurlo ogni giorno in aspetti estremamente concreti. I collaboratori, ad esempio, vedono lo stile quotidiano che abbiamo in Goodpoint, la flessibilità, il venirsi incontro, il dare il giusto riconoscimento alle persone, le opportunità di formazione che offriamo e la possibilità per ognuno di portare il proprio contributo nei progetti aziendali. E alla fine vediamo che tutto questo viene apprezzato, perché la soddisfazione che esprimono è elevata. Ma anche le valutazioni di clienti, fornitori e soci, che abbiamo interrogato in questo periodo in vista della relazione annuale d’impatto, sono estremamente positive. Credo che ad essere apprezzato sia soprattutto il nostro sforzo di essere coerenti: certe cose, cioè, non le “predichiamo” soltanto, cerchiamo di viverle ogni giorno. Sapendo che si può sempre fare meglio.

Come vede il futuro delle S.b. e delle B Corp?

Oggi assistiamo a una crescita significativa nei numeri delle S.b. in Italia e nell’interesse attorno alle B Corp. La cosa più interessante a mio avviso è che tante start-up, fra cui molte Pmi innovative, si costituiscono fin dall’inizio come S.b., anche grazie alla maggiore sensibilità dei giovani imprenditori verso un modo nuovo e più responsabile di fare impresa. Quanto alle B Corp, ci sono vari elementi da registrare. Intanto oggi a ottenere la certificazione sono anche grandi aziende, filiali di multinazionali, il che può aprire a opportunità ma anche a rischi, per cui è normale essere un po’ in allerta. Poi a livello internazionale il movimento B Corp sta iniziando a imporre degli standard minimi alle aziende che intendono certificarsi, il che potrebbe favorire le grandi realtà, più strutturate e abituate a lavorare su dati e processi, a discapito delle piccole, anche perché lo standard B Corp è di matrice anglosassone, è piuttosto formale e quantitativo. È un momento di transizione, insomma, i prossimi due-tre anni suppongo saranno sfidanti e determinanti. La cosa più positiva a mio avviso riguardo a entrambi i modelli, S.b. e B Corp, è che sono applicabili a qualunque tipo di business, a qualunque prodotto o servizio, non solo alle aziende che nascono, come dire, “impact inside”, cioè con la missione dichiarata di produrre un impatto sociale positivo. Credo che considerati insieme rappresentino un vero e proprio salto culturale rispetto alla CSR o alla sostenibilità tradizionalmente intese: non si tratta più, cioè, di gestire meglio alcune dimensioni della propria attività, si tratta di fare della ricerca dell’impatto sociale la propria identità.

Pubblicata la relazione annuale d’impatto di (RI)GENERIAMO

Il 2021 è stato il primo anno di attività completa per (RI)GENERIAMO e, come un giovane albero che sta crescendo, stiamo prendendo conoscenza del nostro territorio e delle nostre potenzialità. Le radici sono rappresentate dai nostri principi ispiratori e fondanti: il lavoro e l’inclusione. Come il  tronco è la parte centrale dell’albero e ne sostiene i rami, l’essere benefit è il nostro nutrimento e la nostra struttura.  I frutti del nostro albero sono i progetti che abbiamo sviluppato: i FormidAbili, l’Energia del Bosco, la Terra inclusiva e il GenerAtelier. Attività indispensabili a concretizzare il nostro concetto e sogno di generatività. Un risultato molto chiaro,  sintetizzato dal nostro BES – il benessere equo e sostenibile: un impatto sociale maggiore del 300% rispetto al 2020, un risultato economico pari all’anno precedente e una diminuzione delle emissioni di CO2 del 10%.

Un impatto positivo confermato dalla recente certificazione B Corp di (RI)GENERIAMO. Un traguardo raggiunto grazie all’impegno di tutti coloro che hanno creduto e accompagnato questo progetto sin da quando eravamo un giovane germoglio. Senza le loro intelligenze, le loro mani, i loro cuori, non ce l’avremmo fatta. Ed è “con e grazie a loro” che oggi, in occasione della pubblicazione del nostro bilancio dei benefici prodotti, vogliamo festeggiare.


Quale cura per la non autosufficienza: 3 punti per non arrivare tardi

Di Luca Iacovone, giornalista e cooperatore sociale, direttore della Residenza per anziani “mons. Brancaccio” di Matera, con la cooperativa sociale il Sicomoro.

Nella foto in alto: progetto di ortoterapia alla Residenza Brancaccio.

A giorni è atteso in Consiglio dei ministri il disegno di legge delega per la riforma della non autosufficienza proposto dalla commissione interministeriale istituita ad hoc e presieduta da mons. Paglia.
Un momento storico per tanti, meno per i tre milioni di anziani non autosufficienti che oggi si contano in Italia: per loro la riforma potrebbe arrivare troppo tardi.

“Gli anziani non sono materiale di scarto”, ha ricordato Papa Francesco la scorsa settimana, ma l’attenzione e l’entusiasmo per i passi importanti che si stanno compiendo per la non autosufficienza, rischiano involontariamente di creare altri scarti, se diventano l’alibi per tornare a rimandare le tante questioni che il Covid ha scoperchiato, ai tempi che richiederà la riforma. Ci vorranno anni prima che le buone idee su cui in molti si stanno confrontando potranno – ce lo auguriamo – diventare prassi operative su tutto il territorio nazionale. E intanto? Cosa possiamo fare oggi, ad esempio, per Carlo (92 anni), Maria Bruna (98 anni), Donato (66 anni) e agli altri cento anziani ospiti della Residenza Brancaccio di Matera, che dirigo con la cooperativa il Sicomoro?

Chi ha avuto l’opportunità di confrontarsi e crescere in questi anni con Economy of Francesco ha potuto sperimentare un metodo di lavoro diverso, che potrebbe tornare utile anche in questo caso. Provare a tenere insieme entrambe queste tensioni: da un lato gli obiettivi a cui mirare – la visione di economisti e studiosi – e dall’altro lato la voce di ciò che già c’è – la concretezza di imprenditori e changemakers di tutto il mondo. Nel villaggio tematico di EoF a cui ho preso parte, work and care, ho potuto confrontarmi su questi temi con docenti universitari, studiosi e altri manager della cura come me.

Da quei confronti, dagli approfondimenti suggeriti, dall’invito che il Papa ci ha rivolto ad Assisi, abbiamo individuato tre aree di attenzione che con la cooperativa il Sicomoro stiamo provando a tradurre operativamente. Le elenco di seguito.

La prima area su cui occorre fissare l’attenzione, anche in vista della riforma in discussione, è il forte legame tra assistenza e territorio. Negli ultimi anni si sono moltiplicati ovunque veri e propri ipermercati dell’assistenza, palazzoni tutti uguali ricchi di marmi scintillanti e luci bianco ghiaccio. La Basilicata è un caso a parte: qui il fenomeno dell’industrializzazione della cura è stato molto limitato anche grazie, per assurdo, all’immobilismo delle politiche regionali che di fatto hanno congelato tutto a qualche decennio fa, lasciando il problema della non autosufficienza degli anziani a carico delle “figlie femmine” o delle sole famiglie in grado di sostenere integralmente i costi dell’assistenza. Questo ha reso il mercato lucano poco appetibile per i grandi gruppi e al contempo ha generato un interessante laboratorio in cui si confrontano diverse realtà del terzo settore che hanno saputo costruire negli anni un modello di assistenza integrata più artigianale e aderente ai bisogni reali dei contesti locali. Strutture residenziali profondamente interconnesse con le realtà sociali che abitano, che sono diventate luoghi in cui le comunità locali si riconoscono e si incontrano. La sfida ora è capire come garantire la possibilità di una giusta assistenza per tutti, con adeguate politiche di sostegno, tutelando queste esperienze e il protagonismo creativo che ha saputo dimostrare il terzo settore.

Foto di Giuseppe Soldo

La seconda area è la famiglia. Una delle cose che all’inizio del mio lavoro in RSA non riuscivo proprio a capire era il senso di colpa atroce con cui i figli puntualmente fanno i conti al momento in cui decidono di affidare il proprio genitore alla cura di una struttura. Una reazione che mi sembrava del tutto illogica: in residenza è garantita un’assistenza più qualificata e la qualità del tempo da poter dedicare al proprio caro migliora (ci sono altri che devono occuparsi di tutte le incombenze che prima rubavano ore e ore in giro per uffici e farmacie). Tutto il tempo a disposizione può finalmente essere dedicato al proprio caro. Il problema è proprio lì: a un certo punto tutto quel tempo viene come svuotato di senso: “hai mangiato? – che hai mangiato? – … – …”. È un silenzio pesante, inizi a cercare qualche foto da mostrare sul cellulare “chi è? – l’hai conosciuto? – …” c’è un vocabolario intero che sembra essere saltato, non si trovano le parole. Allora – tipicamente – inizia la fase dell’ispezione: diventa necessario trovare qualcosa che non va, anche se piccola, insignificante, da poter lamentare con veemenza, fino all’esclamazione “che non l’abbiamo portato qui perché non volevamo prendercene cura noi, ma…”. È saltato il vocabolario della cura ed è difficile trovarne un altro quando ormai pensi di aver delegato ad altri quello che ancora avverti come un tuo bisogno: prenderti cura della persona che ami. Il Covid ha spostato tutta l’attenzione sulle “visite” impedite ai figli degli ospiti delle rsa. Ma il problema non è la visita, i dieci minuti o l’ora di parlatorio venuta meno. Per investire davvero sulle relazioni bisogna riabilitare i figli alla cura dei genitori, riuscire a coinvolgerli anche nelle attività assistenziali, poter dire loro: “non vogliamo sostituirti, ma aiutarti”. Perché finché puoi occuparti di una persona, anche solo aiutandola a mangiare, a pettinarsi o a truccarsi, per quanto compromesso sia il suo stato di coscienza, quella persona avrà qualcosa da restituire. Il mercato della cura che stiamo riformando deve ripartire da qui: anche dietro la non autosufficienza più grave non c’è la resa di una famiglia che getta la spugna, da qui nasce il senso di colpa e a volte l’elaborazione anticipata di un lutto non ancora avvenuto. Ma la mano che va tesa ad una famiglia nel suo bisogno inalienabile di continuare a prendersi cura del proprio caro. Anche le rsa vanno ripensate in questa direzione, noi ci stiamo provando, in situazioni specifiche, per piccoli passi, ma è ancora troppo poco e maledettamente difficile districarsi tra responsabilità e rigidità normative. Tra i principi fondamentali della riforma, e ancor prima nei piani di lavoro di ogni residenza, bisognerebbe sancire questo che si potrebbe definire il principio di sussidiarietà verticale nella cura.

Foto di Giuseppe Soldo

Il terzo aspetto è la domiciliarità. La narrazione del Covid ha drogato e banalizzato il confronto su questo tema. Invecchiare tutti a casa propria è una bellissima favola, che in tanti casi si traduce nell’incubo di mesi se non anni passati in lunghi e solitari dormiveglia davanti alla televisione sulla stessa poltrona che diventa il letto di notti insonni e il nascondiglio perfetto di inutili pillole che non bastano mai a riequilibrare il ritmo sonno/veglia. È stato detto e scritto tanto in merito non voglio tornarci, mi interessa piuttosto capovolgere il tema: iniziamo a riportare a una dimensione domestica chi da casa è stato buttato fuori a causa di leggi insensate. Penso alle persone con malattie psichiatriche, che dopo una vita passata in piccole comunità alloggio, compiuti i 64 anni vedono concludersi, uno ad uno, tutti i progetti e le attenzioni costruite su misura per loro perché – ex lege – diventano anziani e basta, come tutti gli altri. Ma a differenza degli altri, sono costretti a lasciare la casa/comunità dove hanno vissuto, i percorsi che hanno seguito, e spesso le residenze per anziani sono l’unica soluzione possibile. A 65, 67 anni si trovano in strutture in cui l’età media è vent’anni più alta e anche consentire loro di mantenere le autonomie guadagnate con fatica diventa molto complicato. Partiamo da qui, senza attendere la riforma, per sperimentare un nuovo rapporto tra domiciliarità e residenzialità, senza porre le due soluzioni in contrapposizione, ma immaginando l’una a servizio dell’altra. Le RSA devono diventare gli hub attraverso cui si rende possibile e sostenibile la vita in domicili di prossimità. Iniziamo da questo target, troviamo gruppi appartamento in condomini vicinissimi alle strutture che li hanno in carico e torniamo a lavorare sulla loro autonomia. Una rsa diffusa sul territorio, che si allarga per cerchi concentrici: dalla residenzialità integrale fino all’assistenza a distanza. Investire sulle rsa quali hub assistenziali sul territorio consente una notevole ottimizzazione delle risorse (personale infermieristico e assistenziale è già formato e operativo h24). Assicurano inoltre una presa in carico dell’anziano a partire dal suo progetto assistenziale e non dal tipo di assistenza di cui necessita in una dato momento, senza porre in concorrenza domiciliarità e residenzialità: è l’unica via per garantire davvero un continuum assistenziale sempre aderente ai bisogni reali. Secondo un principio che potremmo definire di sussidiarietà orizzontale della cura.

Ginnastica leggera con UISP Matera

Verso Economy of Francesco 2022: intervista a Daniele Montesi, EoF Marche

Dopo l’intervista a Giorgia Taioli, proseguiamo il cammino di avvicinamento al grande evento di Economy of Francesco (EoF) di settembre 2022 intervistando un altro giovane che si è unito a EoF sin dal primo evento del 2020: Daniele Montesi, di EoF Marche.

Quali motivazioni ti hanno portato a rispondere alla “chiamata” di Papa Francesco in vista della prima edizione di EoF?

Mi ero laureato da circa un paio d’anni, in Ingegneria Gestionale all’Università Politecnica delle Marche, quando seppi della lettera con cui Papa Francesco inviata i giovani di tutto il mondo a EoF. Ne ero venuto a conoscenza grazie alla rete di Economia di Comunione, poiché mia madre gestisce una piccola azienda che fa parte della rete. Fin dai primi anni di università avevo dentro di me la consapevolezza che il mio futuro sarebbe stato in ambito imprenditoriale. Perciò quando capii che c’era la possibilità di intrecciare, per così dire, questo mio percorso entrando in contatto con un network internazionale di persone che condividevano certi valori, per giunta dietro una chiamata espressa del Papa, mi entusiasmai. Inviai la candidatura, ma non avevo troppo fiducia di essere accettato. Invece accadde proprio così. Personalmente sento che le chiamate a cui ho risposto sono state in realtà due: la prima sicuramente è stata quella del Papa; la seconda è stata la chiamata all’incontro ad Assisi con tante altre persone, da ogni parte del mondo, con il mio stesso desiderio di cambiare il mondo, di generare un impatto concreto nell’economia e nella vita reali.

Di cosa ti sei occupato nell’ambito di EoF?

All’atto dell’iscrizione si doveva indicare la propria preferenza per uno dei 12 villaggi tematici in cui EoF è articolato. Avevo scelto il villaggio “Vocazione e profitto”, ma era al completo, per cui sono entrato nel Villaggio “Management e Dono”. Del resto il management è il mondo da cui provengo professionalmente e il dono è un tema su cui avevo già fatto delle letture, ad esempio i testi di Luigino Bruni, e che da lì in avanti ho poi preso ad approfondire ulteriormente: mi affascina il riferimento alla gratuità di intenti, al fare qualcosa perché ha valore intrinseco per me e per gli altri, e per la relazione che crea. È uno spazio che mi interessava e mi interessa molto esplorare. Aggiungo che in quella fase, che per me era di ricerca, ero aperto a una verità di possibili percorsi imprenditoriali, non avevo ancora un’idea definita del mio futuro. Grazie ai tanti spunti che ho avuto poi nel percorso che ho fatto con EoF, insieme a un gruppo di amici ho lavorato a un progetto di un’impresa start-up, che vedrà la luce nei prossimi mesi. La sua attività ruoterà proprio intorno al concetto di dono e ci costituiremo anche noi, come (RI)GENERIAMO, in società benefit.

Dopo la prima edizione di EoF, com’è proseguito il tuo impegno?

Posso dire che già nei mesi che hanno preceduto la prima edizione di EoF, e proprio perché si sapeva che l’evento non si sarebbe tenuto in presenza ma online a causa della pandemia, più che delle tematiche del mio Villaggio mi sono impegnato localmente, nella mia città, Senigallia, dove eravamo in due a essere iscritti a EoF. Ci siamo detti che dovevamo fare qualcosa per provare a coinvolgere altre persone, organizzando incontri, per quello che era possibile in quei mesi di fase acuta della pandemia. Volevamo creare, insomma, un network locale ispirato a EoF. E così facendo abbiamo anticipato la fase post-evento, dove c’è stato un vero e proprio cambio di paradigma: EoF, che era nato come evento, di portata globale, poi è diventato soprattutto un movimento, orientato principalmente sul locale. In particolare l’attenzione è passata dagli hub tematici globali agli hub territoriali. Per cui con gli altri iscritti dalle Marche abbiamo fatto ancora più gruppo. Ora, dopo circa un anno dall’inizio di questo lavoro, cominciamo a raccoglierne i primi frutti. Nel senso che stiamo finalmente iniziando a capire chi siamo, noi del gruppo EoF delle Marche, a capire cosa possiamo fare in concreto.

Cos’ha comportato il passaggio da evento a movimento, anche nella vostra percezione?

Credo che questo passaggio in realtà fosse nelle intenzioni un po’ di tutti, per cui è avvenuto in modo abbastanza naturale. Per noi è importante continuare a essere movimento locale, non va persa l’inerzia che stiamo iniziando ad avere. Siamo attivi su una serie di tavoli di lavoro. Uno è con un gruppo di imprenditori, fra cui una società quotata e una banca, nel quale cerchiamo di sensibilizzare sui temi della sostenibilità. Un altro è invece con i Frati Cappuccini delle Marche, che hanno espresso la volontà di metterci a disposizione una loro struttura, destinata a non essere più utilizzata, per progetti con al centro i giovani e il lavoro: stiamo ragionando, e un po’ sognando, anche con altri movimenti su cosa possiamo fare di buono per il nostro territorio avendo a disposizione questa struttura.

Come parli ai tuoi coetanei, magari cercando di attirarli, di EoF?

Anche recentemente mi è capitato di far leva soprattutto su quella che considero una delle principali peculiarità di EoF. Cioè il fatto di avere nel nome l’economia, ma di trattare in realtà di moltissimi altri argomenti: è la visione dell’economia integrale. Il problema del modello economico attuale, a mio avviso, è non solo che ha delle regole “rotte”, ma che diventa difficile se non impossibile frenare la sua inerzia, il suo perpetuarsi, se si prova a farlo da soli, limitandosi cioè a cercare il cambiamento a livello della propria azienda o anche del proprio settore. Per avere una reale possibilità di cambiare il modello, invece, la cosa da fare è mettersi insieme, persone con storie e background diversi, generando relazioni che ti mettono in contatto con altre persone ancora. Anche perché l’idea alla base di EoF, quella a cui tutti gli altri concetti sono legati, è quella di fraternità: in questa prospettiva, ad esempio, la disuguaglianza non dovrebbe esistere perché siamo tutti fratelli; se pensiamo alla finanza, non avrebbe senso speculare pensando alle ricadute di un’attività speculativa su alcune persone, perché anche qui si tratta di nostri fratelli. L’invito che rivolgo ai miei coetanei, dunque, è di partecipare per provare a realizzare questo cambiamento insieme.

Siamo felici e orgogliosi di comunicare che a marzo (RI)GENERIAMO ha ottenuto la certificazione B Corp!

Riteniamo che  si tratti di un traguardo importante che permette a (RI)GENERIAMO, progetto fortemente voluto e sostenuto da Leroy Merlin Italia, di migliorare la misurazione della  performance, avendo un ulteriore strumento di valutazione dell’impatto generato. E soprattutto può rappresentare una continua progressione nel raggiungimento degli obiettivi di generazione di valore a impatto positivo.

Sulla base della valutazione di impatto B Corp, (RI)GENERIAMO  ha ottenuto un punteggio complessivo di 115,3. Il punteggio mediano per le imprese ordinarie che completano la valutazione è attualmente 50,9.

I dettagli della valutazione di impatto di (RI)GENERIAMO si possono consultare sul sito ufficiale delle B Corp.

Verso Economy of Francesco 2022: intervista a Giorgia Taioli, Referente regionale Veneto per i Cammini di Prossimità EoF

A fine settembre ritornerà l’appuntamento con Economy of Francesco (EoF), il grande evento che porterà ad Assisi giovani economisti, imprenditori, changemakers che si stanno impegnando nella costruzione di una nuova economia, ispirati dagli insegnamenti di Papa Francesco sullo sviluppo umano integrale. Ne parliamo con Giorgia Taioli, consulente di sostenibilità e responsabilità sociale d’impresa, che sin dalla prima edizione nel 2020 ha partecipato a EoF, di cui è Referente regionale Veneto per i Cammini di Prossimità.

Com’è avvenuto il suo incontro con EoF?

Era il 2019 e mi trovavo in Islanda, a Reykjavik, dove stavo studiando ambiente e risorse naturali in un master presso l’Università d’Islanda, oltre a lavorare come consulente. Una mia cara amica di Verona mi avvisò dell’evento Economy of Francesco quando mancavano solo due giorni al termine delle iscrizioni. Ci tenevo e mi candidai di corsa, anche perché sia nel mio percorso di studi, sia a livello lavorativo, mi ero molto avvicinata ai temi della sostenibilità in economia. E lo avevo fatto soprattutto dopo aver letto l’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, che per me è stata una sorta di chiamata, stimolandomi ancora di più a cercare, anche professionalmente, un’economia diversa, dove il fattore umano e l’ambiente sono parte delle logiche aziendali. Poi ho saputo di essere stata accettata: ero nel gruppo dei cinquecento giovani da tutto il mondo che avrebbero potuto trascorrere un’intera settimana ad Assisi!

Su cosa ha iniziato a lavorare in vista della prima edizione di EoF?

Mi era stato assegnato il villaggio “Vocation and profit” (i 12 villaggi monotematici sono quelli in cui si articola l’evento, sui quali a chi si candida si chiede di esprimere una preferenza, ndr), il cui obiettivo è coniugare il tema del profitto, spesso considerato in modo negativo, con quello della vocazione, che ha invece un’accezione positiva. Avevo iniziato a partecipare a incontri online, che sono proseguiti anche quando l’evento è stato posticipato, per via della pandemia, e non si sapeva se si sarebbe tenuto o meno. Nonostante l’incertezza, è stato molto interessante il fatto che siano comunque partiti altri filoni di attività. In particolare quello dei Cammini di Prossimità, attraverso cui abbiamo iniziato a conoscerci meglio partendo da singole città, regioni e a livello nazionale. Anche qui mi sono proposta e sono diventata Referente regionale per l’hub Veneto. EoF si è poi tenuto a fine 2020 e, sebbene non in presenza, è stato entusiasmante! In Veneto avevamo anche organizzato un pre-evento, coordinato dalla Fondazione Toniolo, coinvolgendo una trentina di giovani dell’hub Veneto.

Come si è sviluppata successivamente la sua attività per EoF?

Il lavoro e gli incontri, come Villaggi e come hub Veneto, sono proseguiti, in pratica non si sono mai fermati. Nel 2021 c’è stata poi la seconda edizione di EoF, che si è tenuta in presenza per l’hub Italia e in collegamento online con tutto il mondo, a cui hanno partecipato ad esempio il vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, monsignor Domenico Sorrentino, e suor Alessandra Smerilli. Ora andiamo verso la terza edizione di EoF, in programma dal 22 al 24 settembre di quest’anno, che sarà in presenza e a carattere internazionale. Al riguardo la mia principale attività è sulla rete territoriale, per facilitare l’avvio di processi e progetti. Ma sto collaborando anche con il mio Villaggio, dove lavoriamo alla definizione di metriche che permettano di misurare l’impatto potenziale dei progetti allo studio, in particolare dal punto di vista della loro performance sociale. Ma sempre nella prospettiva della costruzione e cura delle relazioni. Perché l’efficienza non è tutto.

Che messaggio lancerebbe per stimolare altri giovani a partecipare a EoF?

Che da soli non ce la facciamo e che c’è bisogno dell’aiuto di ognuno per creare qualcosa di sostenibile, di bello. Ecco, direi che la sostenibilità è bella, prendersi cura delle persone è bello. Partecipare a un evento come EoF non solo è divertente, permette di incontrare tante persone, ma dà anche la possibilità a livello personale di trovare ciò che magari si sta cercando da tempo ma non si riesce a trovare. A chi intende partecipare ma magari poi non avrà la possibilità di esserci di persona, dico di continuare a restare in contatto e non perdere la speranza. Perché il lavoro e i progetti continueranno, c’è spazio e tempo per tutti per unirsi al cammino.

In base alla sua esperienza professionale e alle sua attività per EoF, in cosa maggiormente difetta l’attuale modello di sviluppo?

Il problema principale, e lo dico ispirandomi chiaramente alle parole di Papa Francesco, è la cultura dello scarto. L’essere umano va valorizzato in quanto tale, con tutti i suoi limiti. Se cerchiamo solo l’efficienza, se vogliamo sempre andare oltre i limiti, anche per quanto riguarda lo sfruttamento delle risorse, non andremo da nessuna parte. Dobbiamo promuovere uno sviluppo umano integrale e soprattutto dobbiamo prendendoci cura delle persone.

Conosciamoli meglio: L’Intreccio Società Cooperativa Sociale Onlus

Questa settimana conosciamo “L’Intreccio Società Cooperativa Sociale Onlus”.

Descrivere le nostre attività in ambito sociale, risulta doppiamente difficile, primo perché il nostro impegno si estende a svariati ambienti, e secondo perché è più facile fare che descrivere ciò che è stato fatto. 

Tuttavia, anche per rendere giustamente conto a chi generosamente, con le proprie donazioni collabora alla riuscita dei nostri progetti, mi sembra doveroso entrare nel merito di queste attività. 

La nostra Cooperativa Sociale Onlus l’Intreccio è molto giovane, essendo stata costituita nel giugno del 2020, ma affonda le sue radici nei decenni scorsi, quando noi soci fondatori operavamo già in ambito sociale. Nella fattispecie, io sottoscritto, in collaborazione con la Gramigna Onlus che gestisce l’Emporio “Fai da Noi” di Verona, mi dedicavo alla sistemazione gratuita di alloggi di persone meno abbienti, ed ambienti legati al mondo della disabilità ed infanzia. Con la stessa, siamo anche entrati nel circuito di recupero di alimenti altrimenti destinati al macero. 

Allo scoppio della pandemia Covid, l’essere già inseriti in questo contesto, mi ha permesso di recuperare e ridistribuire ogni genere di alimenti, visitando casa per casa, tutti coloro che per scelta, pudore od ostacoli di altro genere, non potevano usufruire delle normali vie di accesso agli alimenti (Caritas, Banco Alimentare ecc). In quei mesi abbiamo raccolto, sistemato e distribuito tonnellate di prodotti ortofrutticoli. 

Sempre in quel periodo, a causa delle stringenti norme di convivenza e gestione degli spazi, molte piccole realtà che gestivano scuole dell’infanzia 0-3 sia private che pubbliche, si sono trovate in enorme difficoltà, con rischio di chiusura e sospensione dei servizi, aggravate dal fatto che spesso le famiglie, che dovevano mantenere il loro lavoro, non riuscivano a pagare le rette. 

Sfruttando la nostra decennale esperienza nella gestione di nidi e scuole d’infanzia che ci permetteva di ottimizzare i costi fissi improduttivi, abbiamo proposto alle famiglie di fare uno sforzo per il pagamento della retta intera, ed in cambio ci siamo offerti di fornire loro periodicamente la spesa alimentare, ed all’occorrenza, la manutenzione delle loro abitazioni. 

La nostra iniziativa ha funzionato così bene, che tra privati ed enti pubblici ci sono stati affidati decine di servizi. Ad oggi, gestiamo nella sola Provincia di Verona due asili nido, 4 servizi di doposcuola primaria, 3 coordinamenti pedagogici e la gestione indiretta di oltre 50 scuole dell’infanzia nella Provincia di Rovigo. 

Inoltre, nonostante l’evoluzione della pandemia abbia limitato i casi di fabbisogno alimentare, con i genitori dei bimbi da noi seguiti, abbiamo creato una rete di solidarietà nei confronti dei soggetti fragili che non richiederebbero mai un intervento di aiuto nei loro confronti, ma proprio grazie ad una fitta rete di conoscenze, in modo silenzioso e “discreto”, possono godere di questo conforto. 

Ovviamente tutte queste strutture, spesso abbandonate a se stesse per mancanza di fondi, necessitano di continue opere di manutenzione, che io stesso, con l’ausilio di validi collaboratori totalmente volontari, mettiamo in atto. 

Dobbiamo altresì segnalare che abbiamo mantenuto alcune collaborazioni con il mondo della disabilità, e del sociale, nella fattispecie con la Fondazione Fevoss. 

Questo nostro impegno ci è valsa la citazione sui giornali locali, e ci ha permesso di crescere anche dal punto di vista professionale, passando da 2 dipendenti del giugno 2020, ai 31 dipendenti di inizio 2022, mantenendo intatta la nostra gratuità ed assenza di lucro. 

Un enorme aiuto per questa espansione, ci è stato fornito dall’utilizzo del Portale di Regusto, che grazie al materiale che ci ha concesso di ritirare in giro per l’Italia, ci ha permesso di effettuare delle opere di risistemazione che mai prima avremmo potuto anche solo sperare di effettuare. 

Valgano come esempio le due pergole ritirate al Negozio Leroy Merlin di Seriate, posizionati nei Nidi di Fumane e Legnago, o il disinfettante ritirato a Baranzate, che ci ha permesso di sanificare più volte le scuole elementari di Garda, Torri del Benaco, Albarè di Costermano e Castion, oltre ai nostri nidi ed altre strutture che ci hanno chiesto questo servizio (effettuato sempre in modo totalmente gratuito), o ancora le motoseghe ritirate a Torino, che ci sono state estremamente utili per aiutare una comunità di anziani di Ferrara di Monte Baldo ad approvvigionarsi di legna per questo freddo inverno, o il demolitore sempre ritirato a Torino, che ci ha permesso di rendere abitabile per uno svantaggiato, una struttura destinata a foresteria a Montorio, per finire al barbecue di cemento, ritirato sempre a Seriate, che verrà utilizzato per dei momenti di socialità con degli anziani a Caprino Veronese. 

Due dei nostri prossimi ritiri dovrebbero essere diversi bancali di piastrelle, che verranno utilizzate nel primo caso per rivestire un sottoscala che verrà utilizzato per delle attività a favore di disabili, e nel secondo caso, per una parrocchia che vorrebbe riqualificare uno spazio all’aperto per i giovani, in vista dell’auspicabilmente imminente fine delle restrizioni pandemiche. 

Assieme alla Onlus Gramigna, stiamo approntando una collaborazione più strutturata con gli Assistenti Sociali di Verona, per delle manutenzioni mirate agli alloggi destinati a casi sociali. 

Ovviamente non ci fermeremo qui, e grazie alle opportunità che ci vengono volta per volta offerte da questa magnifica rete, svilupperemo sempre nuovi interventi per migliorare la vita delle tante persone che silenziosamente incrociano la loro vita con la nostra.

Franco Mantovani 

L’Intreccio 
Società Cooperativa Sociale Onlus 

Via Longhena, 29
37138 VERONA